Quando Duccio sognava Europa

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Saranno molti, a partire da questo giornale, i commenti al discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Cuneo, Città della Costituzione, in occasione della festa della Liberazione dal nazi-fascismo, l’alba della Repubblica. 

Nel clima di aspro confronto politico dei giorni scorsi è probabile che l’attenzione venga più portata sulla lettura di quanto avvenuto in passato e delle tracce che questo ha lasciato nell’Italia di oggi. Sarebbe però un peccato tralasciare lo sguardo rivolto al futuro da parte del Presidente quando si è soffermato sul “Progetto di Costituzione confederale europea ed interna” di Duccio Galimberti, concluso nel settembre 1943. Sono da allora passati quasi ottant’anni e in quel testo resiste ancora molto del futuro in cui sperare.

Un futuro che per Duccio si chiamava Europa e che, a Cuneo, Mattarella ha ricordato come un “sogno”. Obiettivo del Progetto di Costituzione di Duccio era “Liberare l’Europa dall’incubo della guerra” e commenta il Presidente “Sentiamo riecheggiare in quello che appariva allora un sogno, il testo del Preambolo del Trattato sull’Unione Europa: “promuovere pace, sicurezza, progresso in Europa e nel mondo” . Un sogno che ha saputo realizzarsi per molti aspetti in questi settant’anni. Anche se ancora manca quello di una “Costituzione per l’Europa, nonostante i lodevoli tentativi di conseguirla”.

È la sorte, non sempre infeconda delle utopie, come apparivano allora alcune previsioni di Duccio,  quella di un’”unica moneta europea”, oggi realtà. Altre previsioni restano di stringente attualità come quella di “un unico esercito confederale”: “il tema della difesa comune è oggi – commenta il Presidente –  al centro delle preoccupazioni dell’Unione Europa, in un continente ferito dall’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina”. Come si vede, una traiettoria ininterrotta tra un passato lontano, un presente di nuovo drammatico e un futuro che si chiama, oggi come ottant’anni fa, Europa.

Per Mattarella si tratta di un futuro anticipato dal sogno, una presenza non a caso notturna, quando il buio della violenza e della sopraffazione sembrano avere la meglio e diventa difficile sperare che presto sia di nuovo giorno. 

Perché è difficile sperare in tempo di guerra, quando molti indizi fanno temere che il conflitto si aggravi di giorno dopo giorno e si diffonda ben al di là dove il conflitto è esploso, come oggi in Sudan, un Paese lontano fisicamente, ma connesso ai conflitti in corso, complice la Russia alla ricerca di preziose risorse minerarie e con l’Unione Europea ancora una volta assente.

Perché resta ancora un sogno l’impegno contenuto in quel preambolo del Trattato UE citato dal Presidente: “Promuovere pace, sicurezza e progresso in Europa e nel mondo”. Qualcosa in settant’anni di vita in comune lo abbiamo realizzato, purtroppo soltanto e non del tutto in Europa, di più in essa nell’Unione Europea da dove è stata tenuta lontano la guerra, ma senza dimenticare quella che ne ha lambito i confini come nei Balcani e adesso in Ucraina. Nel mondo brilliamo per la nostra assenza come attori di pace, talvolta con  alcuni Paesi ancora alle prese con i postumi delle guerre del Novecento.

Resta però, e speriamo resista, il sogno di Europa, l’orizzonte del nostro futuro.

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