Putin e la paura delle Pussy Riot

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Era una sentenza attesa e scontata quella del 18 agosto scorso che ha condannato a due anni di prigione tre ragazze del gruppo rock Pussy Riot, il cui “crimine” è stato quello di chiedere alla Madonna, cantando nella Cattedrale ortodossa di Cristo Salvatore, di liberare la Russia da Putin. Un’invocazione durata 30 secondi, che, per quanto discutibile, provocatoria o emblematica che sia, ha fatto il giro del mondo e ha ulteriormente messo in evidenza la deriva autoritaria della Russia e del suo Presidente Putin contro ogni forma di dissenso.

La sentenza, che condanna le ragazze per “teppismo e odio religioso”, ha immediatamente suscitato reazioni in tutta la comunità internazionale, che l’ha giudicata sproporzionata e degna di un clima da caccia alle streghe. Una sentenza che va ad aggiungersi ad una lunga serie di leggi molto controverse volte a limitare la libertà d’espressione e di manifestazione e che interroga innanzitutto sui rapporti tra giustizia e potere politico e, oggi, tra potere politico e potere religioso. La sentenza mette tuttavia anche in luce la spaccatura sempre più profonda che divide la Russia in due, dove da una parte c’è una Russia desiderosa di cambiamento, di diritti, di libertà e di democrazia e dall’altra la Russia di Putin, saldamente legata ad un potere assoluto e pronta a qualsiasi cosa per far tacere un’opposizione che non si rassegna.

Putin non ha infatti un progetto politico che risponda, almeno in parte,  alle nuove esigenze del suo Paese e le risposte inquietanti e autoritarie che continuamente oppone, non possono lasciare indifferente la comunità internazionale sulle conseguenze che possono causare a termine. E non solo per quanto riguarda l’evoluzione interna al Paese, ma anche per quanto riguarda il  ruolo della Russia sulla scena internazionale. L’atteggiamento ostinato che ha paralizzato qualsiasi iniziativa o risoluzione di condanna dell’ONU per quanto sta avvenendo in Siria, è un esempio altrettanto inquietante di una politica che non contiene possibilità di mediazione.

Fra le tante voci di protesta e di indignazione per la sentenza e la dura condanna delle tre ragazze, non è mancata la reazione dell’Unione Europea e, in particolare quella del Parlamento Europeo che, ha chiesto per la sua prossima seduta di settembre l’iscrizione all’ordine del giorno di un dibattito approfondito al riguardo, che comprenda anche la possibilità di proporre misure e sanzioni.

Nadejda, Ekaterina e Maria, sono questi i nomi delle tre ragazze condannate, vanno così ad aggiungersi alla lunga lista di nomi che, in questi ultimi anni, hanno pagato duramente la loro dissidenza o la loro lotta per il rispetto dei diritti e delle libertà. A cominciare dalla coraggiosa giornalista Anna Politkovskaja, che proprio oggi 30 agosto avrebbe compiuto 54 anni, uccisa nel 2006 per aver raccontato la Russia di Putin.

È un dovere ricordarla.

 

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