Putin avvia il suo quarto mandato presidenziale

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In un clima internazionale sempre più teso e imprevedibile, Vladimir Putin ha iniziato il suo quarto mandato da Presidente della Russia, ruolo che lo porterà a guidare il Paese fino al 2024. Poche ma significative le parole del suo discorso inaugurale : “Lo scopo della mia vita e del mio lavoro sarà servire il popolo e la nostra patria. Mi impegnero’ a rendere la Russia prospera e grande”.

Rieletto con circa il 76% dei voti, la percentuale più alta rispetto alle precedenti elezioni, Putin sembra  godere di una larga legittimità e di un sempre più consistente sostegno da parte della popolazione, sia per quanto riguarda la politica interna che gli ambiziosi obiettivi da raggiungere sulla scena internazionale. Se si considerano infatti i risultati elettorali, questo riconoscimento è andato crescendo nel tempo, di elezione in elezione, e si è sviluppato  contempraneamente alle forti misure repressive decise e messe in atto per fermare qualsiasi tipo di opposizione interna. Emblematico al riguardo è il caso di Alexei Navalny, storico oppositiore di Putin, in prima linea per lottare per una transizione democratica della Russia e per il pluralismo politico.

Malgrado questo sostegno, le sfide che attendono Putin non sono da poco, a cominciare dalla situazione interna del Paese :  la stagnazione economica, il continuo impoverimento delle classi più disagiate, la mancanza di riforme amministrative e una dilagante corruzione si incrociano in un percepibile malcontento popolare e in richieste di riforme e di investimenti sociali e culturali. Sarà una sfida non indifferente, alla quale Putin ha promesso, in campagna elettorale, di rispondere con adeguato impegno. Sarà anche una sfida  sulla quale non mancheranno di pesare le conseguenze di vecchie e nuove sanzioni economiche americane ed europee.

Sono proprio le sanzioni economiche, ultime in data quelle imposte alla Russia da Trump per le presunte interferenze russe nelle ultime elezioni americane, ad introdurre l’aspetto delle relazioni esterne della politica di Putin. In proposito vale la pena ricordare le parole del Presidente russo, sempre in campagna elettorale :”La Russia è una potenza mondiale, nessuno la metterà nell’angolo, e nessuno pensi di poterla attaccare o di attaccare i suoi alleati”. Un discorso dai toni forti e minacciosi, ma che racchiudono il senso di quella “Grande Russia” che Putin e il suo popolo vogliono ritrovare.

Molto significativo di questo approccio e della determinazione di Putin è stata, il 15 maggio scorso, l’inaugurazione del ponte che collega la Crimea, annessa nel marzo 2014,  alla costa russa del Mar Nero. Si tratta del ponte più lungo d’Europa, circa 19 km, dall’alto valore simbolico e geopolitico : in primo luogo perché sfida la comunità internazionale (e le sue sanzioni economiche), e considera tuttora illegale l’annessione della Crimea da parte della Russia e, in secondo luogo, perché rappresenta, per l’Ucraina, una palese violazione della sua integrità territoriale. Per la Russia si tratta, fra l’altro, di confermare e rafforzare la sua presenza militare e commerciale nel Mar Nero,  area in cui la presenza della NATO è sempre più visibile.

Ma il ruolo della Russia a livello internazionale è soprattutto percepibile negli intricati scenari di conflitto in Medio Oriente, nelle sue alleanze nella regione e, in particolare, nelle varie guerre che si svolgono in Siria. La Russia è effettivamente diventata un interlocutore inevitabile per la pace e per la guerra, quasi in opposizione alla imprevedibilità della politica di Trump. Al riguardo, appare significativa la visita a Mosca il 9 maggio scorso, di Benyamin Netanyahu, grande alleato del Presidente americano. Una visita che, sebbene fatta in occasione della parata militare, aveva come obiettivo di “discutere temi regionali”. Non troppo difficile da capire che, dietro questi temi, si agitava, in particolare, il rapporto fra Israele e Iran e per il quale Netanyahu sembrava alla ricerca di un mediatore credibile ed affidabile.

In questo contesto di nuovi e vecchi protagonismi, l’Europa appare ancora troppo debole, frammentata e disorientata. Eppure, mai come ora, si aprono spazi per contare di più sulla scena internazionale e per utilizzare tutte le  risorse diplomatiche di cui dispone per garantire dialoghi di pace e di distensione. Ne ha bisogno il Medio Oriente e ne ha bisogno il mondo intero.

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