Primo maggio: il lavoro non fa festa

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Continua a imperversare la battaglia dei numeri sul fronte del disagio sociale: dopo le previsioni fragili del governo italiano nel Documento di economia e finanza (DEF), pochi giorni fa è stata la volta di un sorprendente dossier del principale quotidiano economico italiano sulla “leggenda delle disuguaglianze” nel mondo, in Europa e in Italia.

Una cascata di numeri per annunciare che le diseguaglianze si vanno riducendo, checché ne pensi Thomas Piketty nel suo best-seller “Il capitale nel XXI secolo” (ed. Bompiani) e per contrastare le proposte fiscali del massimo esperto in materia di diseguaglianze, Anthony Atkinson, nel suo ultimo libro in uscita presso l’editore Raffaello Cortina, senza dimenticare un altro autorevole guastafeste come il premio Nobel Joseph Stiglitz, autore di “Il prezzo della diseguaglianza” (ed. Einaudi).

Un dibattito che non può che crescere, si spera con minori ambiguità di quante non ve ne siano nel dossier citato, dove si alternano titoli come “Un pianeta un po’ più uguale”, temperato dal sottotitolo: “Se si considera il mondo come un’unica economia prevale il calo dei divari tra i cittadini del mondo”. Tradotto: “Cala la diseguaglianza tra Paesi, crescono le differenze interne” per poi ricordare che nei Paesi più ricchi gli “esclusi” (disoccupati + inattivi + lavoratori in nero) vanno dal 9,6% del Giappone al 36,6% della Grecia, con l’Italia nelle ultime posizioni con il 28,8%, mentre Germania e Austria si fermano attorno all’11%, Olanda, Regno Unito e Danimarca attorno al 13% e la Francia, con tutti i suoi problemi, al 14, 9%, poco più di metà dell’Italia. A proposito della quale il dossier non può occultare che “Il Sud è sempre più distante e si amplia il gap con il Nord: con la crisi più divaricazione nella distribuzione della ricchezza” e poiché ricchezza e lavoro dovrebbero andare insieme, concentriamoci in questa vigilia del 1° maggio sull’evoluzione del lavoro in Italia.

Ci può aiutare un altro, diverso dossier appena pubblicato su uno dei maggiori quotidiani italiani, più attento, almeno in questo caso, al disagio sociale nel nostro Paese. Anche qui una gran messe di percentuali e di numeri, raccolti sotto il titolo “Il lavoro negli anni della crisi: l’Italia paga il conto, la disoccupazione è cresciuta del 108%”, aumentando, tra il 2017 e il 2014, di più del doppio rispetto alla media dell’Unione Europea e questo mentre in Germania diminuiva del 40%, con una crescita dell’occupazione del 6,4%, seguita dalla Polonia con un + 3,5%.

Pesa, e quanto, il problema irrisolto dei “Neet”, giovani che non lavorano e non studiano e che rappresentano una vera e propria bomba sociale, la cui miccia si fa sempre più corta con dimensioni che superano anche quelle greche. Il nostro è il Paese che ne conta il maggior numero nell’UE, circa 10 punti sopra la media europea.

Tutti numeri che sono persone, ma nella condizione dei senza lavoro il rischio è anche di essere considerati “meno persone”, di diventare cittadini sempre più sudditi e sudditi da “assistere”, senza risorse per sostenersi e con poche speranze di uscire dal tunnel dell’esclusione.

Ma in una simile situazione può una società “umana” sopravvivere, può l’Europa diventare un orizzonte di sviluppo e può l’Italia ridiventare un Paese che rialza la testa, dare fiducia ai suoi cittadini e vivere un 1° maggio di festa?

 

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