Prime conseguenze politiche di Brexit

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Sarà pur vero che al momento Brexit non produce particolari cambiamenti nella vita quotidiana degli europei, almeno fino alla fine di quest’anno, quando dovrebbero concludersi i negoziati per i futuri rapporti tra le due sponde della Manica.

Non del tutto così avviene per la politica europea ed internazionale, oltre che nell’assetto istituzionale UE.

Con il 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato le Istituzioni europee: il governo di Sua Maestà non siede più nel Consiglio dei ministri e nel Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, non ha una sua presenza nella Commissione europea (dove già non aveva designato un suo rappresentante) e ha lasciato liberi i 73 seggi che occupava nel Parlamento europeo. Di questi 46 sono stati messi in riserva per eventuali nuovi Paesi membri UE (ma non ve ne saranno prima del 2025) e 27 ripartiti tra 14 Paesi oggi sottorappresentati, tre per l’Italia.

E’ quindi nel Parlamento di Strasburgo che si registrano i primi movimenti politici del dopo-Brexit e si profilano nuovi equilibri tra i Gruppi politici, con un rafforzamento delle destre. 

Fino a ieri la graduatoria, per dimensione quantitativa, dei Gruppi politici vedeva in prima posizione il Partito popolare europeo (PPE), seguito da Socialisti e Democratici, Liberali e Verdi. Movimenti in corso nelle varie delegazioni politiche nazionali vedono insinuarsi in quarta posizione, prima dei Verdi, i sovranisti di “Identità e democrazia”, nel quale la Lega guadagna un seggio (gli altri due vanno a Fratelli d’Italia e a Forza Italia) e consentono al Carroccio, con 29 seggi, di pareggiare le presenze con il partito di Angela Merkel.

L’insieme di questi movimenti inducono a modificare la geografia politica con significativi spostamenti a destra, in attesa di capire dove finiranno per approdare i 14 eurodeputati del Movimento Cinque stelle, che potrebbero raggiungere i Verdi. Nell’attesa che la roulette si fermi sul numero finale non è eccessivo prevedere che la già contrastata maggioranza che sostiene Ursula von der Leyen possa indebolirsi ulteriormente e allora sarebbero guai.

Intanto però altre conseguenze di Brexit di manifestano nei rapporti politici internazionali. 

In Europa dove, come prima dell’ingresso nella Comunità del Regno Unito nel 1973, si ritrovano faccia a faccia due vecchi – e in parte logorati – pilastri della politica europea, Germania e Francia, con l’Italia che per ora sta a guardare, in tutt’altre faccende affaccendata.

E nel mondo dove, dall’oggi all’indomani, l’Unione Europea non può più contare – sempre che abbia potuto contarci molto – sul seggio occupato dal Regno Unito nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove la sola presenza europea resta quella della Francia, che rimane anche la sola potenza nucleare europea, adesso che se ne va il Regno Unito.

Ma sul versante militare la situazione è più complessa: non è detto che sia destinata a venire meno l’intesa, cresciuta in questi anni, tra le due sponde della Manica in materia di sicurezza e difesa, visti gli interessi di entrambi gli schieramenti a collaborare in questa materia sensibile in una fase storica in cui la solidarietà transatlantica sembra oscillare.

Forse ne è già un primo indizio il semaforo verde dato l’altro giorno da Boris Johnson con l’apertura al nuovo sistema di telecomunicazioni 5G, con l’utilizzazione di componenti fornite dal colosso cinese Huawei, una decisione che non è piaciuta all’Amministrazione USA e che sembra invece allinearsi con gli orientamenti politici che la Commissione europea si appresta ad adottare nel corso del mese di febbraio.

Segnali che fanno pensare che il copione del dopo-Brexit è ancora tutto da scrivere e forse potrebbe riservare non poche sorprese.

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