Palestina, gli insostenibili ricatti di Trump

Si fa sempre più dura la posizione degli Stati Uniti nei confronti dei Palestinesi, tanto da essere definita e denunciata da Mahmoud Abbas come “lo schiaffo del secolo”. E’ del 16 gennaio scorso la decisione di Trump di tagliare della metà  (60 milioni di dollari) i fondi americani per l’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), seguita dalla decisione di sospendere altri 45 milioni di dollari in aiuti alimentari. Già in difficoltà finanziarie, l’UNRWA dal 1949 fornisce assistenza e servizi essenziali per la salute, l’educazione, lo sviluppo e la protezione agli oltre 5 milioni di rifugiati che vivono in Giordania, in Siria, in Libano, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

E’ un altro pezzo di quella politica del ricatto statunitense che fa seguito ad un’altra decisione che, nel giro di un mese, ha brutalmente rivelato le posizioni del Presidente Trump nei confronti di un processo di pace israelo-palestinese, già fortemente compromesso e sempre più lontano da una possibile soluzione. E’ infatti del 6 dicembre scorso la decisione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv, dove si trovano le sedi diplomatiche degli altri Paesi, a Gerusalemme, riconoscendo, di fatto, Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico. E’ stata una decisione che ha fortemente scosso il popolo palestinese e sulla quale l’insieme della comunità internazionale, compresi i Paesi arabi, ha espresso preoccupazione per le pericolose ripercussioni sulla stabilità e sulla sicurezza del Medio Oriente. Non solo, ma sono decisioni che non aiutano certamente a capire quale soluzione di pace abbia in mente Trump, se non quella di favorire le posizioni di Israele e di mettere fine alla speranza di una pace giusta tra i due popoli.

Ed è in particolare questa prima decisione di Trump ad aver innescato un’intensa, comprensibile opposizione palestinese e una spirale pericolosa di prese di posizione. In primo luogo la dichiarazione di Mahmoud Abbas, fatta nel dicembre scorso durante la visita al Presidente francese Macron, in cui affermava che non avrebbe più riconosciuto gli Stati Uniti come mediatori di pace fra Israele e il popolo palestinese. Una seconda presa di posizione è giunta a metà gennaio dai leader del Consiglio centrale palestinese, i quali hanno votato a favore della sospensione del riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Con questo voto, i palestinesi sospendono di fatto gli Accordi di Oslo del 1993, basati appunto sul riconoscimento dello Stato ebraico e sulla creazione di uno Stato indipendente palestinese. I leader hanno precisato che la sospensione del riconoscimento di Israele  durerà “fino a quando Israele non riconoscerà lo Stato della Palestina”,  cancellerà l’annessione di Gerusalemme est e porrà fine agli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

In questa situazione, l’Unione Europea cerca una sua strada per salvare, se possibile, il processo di pace e mandare un segnale positivo ai Palestinesi. Mahamoud Abbas, nell’incontro a Bruxelles del 22 gennaio con i Ministri degli Esteri dei 28 Stati membri ha chiesto il riconoscimento da parte dell’UE della Palestina, un passo di grande valore simbolico e politico che, purtroppo l’UE, nel suo insieme, non è ancora pronta a fare.  Eppure, al di là di un probabile accordo sul rafforzamento del contributo finanziario ai Palestinesi, è importante che l’Unione Europea abbia il coraggio politico di riportare su nuovi e solidi binari un processo di pace equo e giusto, nella prospettiva della creazione inderogabile di un futuro Stato Palestinese.

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