Non c’è pace in Irlanda del Nord

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Ritornano sotto i riflettori dell’attualità i conflitti nell’Irlanda del Nord, in città come Belfast o Londonderry che pensavamo avessero ritrovato un po’ di pace dopo gli accordi del 10 aprile 1998, detti anche “accordi del venerdì santo”. Tali accordi cercavano di mettere fine a trent’anni di guerra civile che aveva causato più di 3.600 vittime. Un vecchio conflitto mai veramente sopito fra una comunità cattolica, nazionalista e repubblicana, favorevole a una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda e una comunità di ascendenza scozzese e inglese, protestante, lealista e fedele alla corona britannica. 

Tanti anni di odio, di “troubles”, come li definiscono gli inglesi, e anni di negoziati per far tacere le armi e giungere ad un fragilissimo accordo che ha ridato vita al Parlamento nord-irlandese e smorzato le pretese di Dublino sulle sei contee dell’Ulster nell’Irlanda del Nord. Un accordo che ha ideato una complessa struttura istituzionale basata sulla condivisione dei poteri delle due comunità e ha garantito confini aperti con l’Irlanda. In trent’anni il rancore fra le due comunità aveva raggiunto livelli tali da rendere necessaria la costruzione di  numerosi muri nelle città, i cosiddetti “muri della pace”, visibili ancora oggi in particolare a Belfast, mai demoliti e sempre li’ a ricordare le considerevoli difficoltà al dialogo.

Ma proprio in queste ultime settimane è riesplosa la tensione fra le due comunità e a riaccendere la miccia è stata la Brexit, ovvero il macchinoso “meccanismo di backstop”, un Protocollo per l’Irlanda del Nord concluso fra Londra e Bruxelles ed entrato in vigore lo scorso 1° gennaio. Alla base di tale Protocollo, l’esigenza di salvaguardare la fragile pace nell’Irlanda del Nord, puntando in particolare a non ripristinare quella frontiera di 500 chilometri fra Irlanda e Irlanda del Nord che, con la Brexit avrebbe rappresentato il confine tra Gran Bretagna e Unione europea e spostando tale frontiera nel bel mezzo del Mare d’Irlanda. Aspetto effettivamente di grande sensibilità per gli “accordi del venerdì santo” e per non riaprire le antiche ferite di due comunità ancora molto divise.  

Il risultato del compromesso raggiunto lascia tuttavia aperti tanti interrogativi e alimenta perplessità crescenti sulla sua tenuta e fattibilità: dal 1° gennaio infatti l’Irlanda del Nord, che fa pur sempre parte del Regno Unito, rimane nel mercato unico dell’Unione europea e i controlli doganali delle merci vengono effettuati fra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, sul filo di quella frontiera de facto, rinchiusa nei porti. 

Le ricadute concrete di un tale accordo sono assai evidenti nelle difficoltà per l’Irlanda del Nord non solo per l’organizzazione del controllo delle merci ma anche per il suo stesso approvvigionamento. Molto più preoccupanti le ricadute politiche e conflittuali che stanno sconvolgendo l’equilibrio politico della regione, preso, da una parte, dal timore degli unionisti protestanti di veder nascere concretamente una frontiera con la Gran Bretagna che li allontani e li isoli dalla corona inglese e dall’altra da un rafforzamento della comunità cattolica repubblicana, sempre più maggioritaria e desiderosa di un’unione con l’Irlanda. Non va infatti dimenticato che al referendum del 2016 su Brexit, l’Irlanda del Nord ha largamente votato contro l’uscita dall’Unione europea, con un massiccio contributo dei cattolici. 

Come ci insegna la storia, le frontiere sono sempre simboli di conflitto. L’Unione europea aveva infatti puntato sulla soppressione delle sue frontiere interne per garantire la pace e la libera circolazione dei suoi cittadini. Una libertà rimessa in gioco oggi in quella parte del Regno Unito che dall’Unione non voleva uscire e che chiedeva di veder garantita anche la sua pace.

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