Momento di verità per l’Unione Europea

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Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, iniziato venerdì e terminato il mattino di martedì, non faceva parte degli stanchi riti del passato. Un po’ perché il passato per l’Europa è davvero passato e non tornerà più e perché il bivio che si apriva avrebbe determinato un futuro destinato a durare. Per una volta almeno, l’enfasi mediatica che accompagnava il Consiglio europeo era comprensibile e non è stata nella sostanza smentita.

Al di là dei risultati raggiunti e della loro formalizzazione nelle settimane che verranno, si è assistito a un confronto, complesso e a tratti confuso, tra posizioni ufficiali e sottintesi divergenti, i secondi non meno importanti delle prime.

Le posizioni ufficiali erano note: da una parte i Paesi autodefinitisi “frugali” (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia, con l’aggiunta della Finlandia), dall’altra i Paesi del sud particolarmente colpiti dalla pandemia (in testa l’Italia con Spagna, Grecia, Portogallo) e, tra i due “litiganti”, la coppia franco-tedesca orientata a sostenere questi ultimi, anche se non a tutti i costi. Mentre, per non semplificare il quadro, restavano in agguato anche i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), preoccupati di vedersi tagliate le risorse messe loro finora generosamente a disposizione.

A centro della battaglia, la posizione ferma del governo italiano che puntava a mantenere il volume delle risorse proposte dalla Commissione europea ed evitare troppi vincoli alla spesa, orientamento già manifestato a proposito del Meccanismo europeo di stabilità (MES). A tentare una mediazione il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, forte della sua “debolezza” istituzionale, ma aiutato dalle pressioni costanti esercitate da Germania e Francia e dalle richieste ambiziose avanzate dal Parlamento europeo, vicino alle posizioni della Commissione. 

Per semplificare, due i nodi del negoziato: da una parte, l’ammontare delle risorse finanziarie proposte dalla Commissione per il “Piano per la ripresa”, a carico di un debito comune, con una difficile articolazione tra sussidi e prestiti, e per il futuro bilancio comunitario 2021-2027; dall’altra, le condizioni per il controllo della spesa e l’affidamento di responsabilità per questo delicato esercizio. Dopo un’aspra contesa durata quattro giorni – record storico per un Consiglio europeo – un accordo è stato trovato sui 1074 miliardi di euro del bilancio 2021-2027 e  sulla dotazione globale e la ripartizione del “Piano per la ripresa”:  conferma per i 750 miliardi di euro proposti dalla Commissione, con una nuova ripartizione tra 390 di sussidi a fondo perduto e  360 di prestiti; un aumento dei “rimborsi” ai “frugali”, a spese del bilancio comunitario, e un complesso meccanismo di controllo della spesa nel quale i governi nazionali – senza però un diritto di veto come avrebbe voluto il premier olandese, Mark Rutte – affiancheranno la Commissione nel monitorare la coerenza dei programmi nazionali di riforma.

Si è trattato di un compromesso che ha contemporaneamente liberato un volume importante di risorse (in particolare grazie al ricorso a un “debito europeo comune”), destinato a far progredire l’UE verso una fiscalità coordinata europea, tenendola però ancora prigioniera dentro un perimetro intergovernativo blindato del quale rischiano di fare le spese le due istituzioni UE a dominante sovranazionale, la Commissione europea e il Parlamento di Strasburgo. Come dire che la risposta è stata adeguata quantitativamente, in attesa di un avanzamento qualitativo del progetto di una nuova Unione. 

Significa che questa Europa si appresta di nuovo a navigare, in attesa di  prendere il largo verso un orizzonte politico nuovo: da chiedersi se alla fine la sostanziale vittoria della coppia tedesca non annunci un futuro migliore per l’Unione, con Angela Merkel e Emmanuel Macron che spingono verso una maggiore integrazione e una maggioranza di Paesi chiamati adesso a muoversi nella stessa direzione. Resta da vedere come reagiranno alla nuova situazione i Paesi “frugali”, messi in minoranza e ricambiati con qualche soldo in più, e i Paesi di Visegrad, rimasti sotto osservazione per le loro infrazioni allo Stato di diritto.

Alla fine, come da copione, tutti sono tornati a casa “vincitori”, lucrando consenso nella rispettiva politica interna: un risultato particolarmente positivo per il presidente Conte, protagonista di una battaglia che ha premiato la sua determinazione, consentendogli di portare a casa  209 miliardi di euro, anche se adesso per il loro uso sarà, più di prima, sotto stretta sorveglianza da parte dei partner, e non solo dei “frugali”. L’Unione Europea ha segnato una data importante nella sua storia che dovrebbe permetterle, con l’attivazione a partire dal 2021 (e forse anche prima) delle imponenti risorse deliberate, di rilanciare la sua economia massacrata dal Covid-19, festeggiando così con successo i suoi primi settant’anni di vita. 

1 COMMENTO

  1. Ciao Franco,
    i tuoi articoli riescono sempre a illuminarmi su questioni di cui spesso ho una conoscenza superficiale . Grazie
    Silvia Cinquini

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