Moderato ottimismo per il futuro dell’economia

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Il recente Rapporto Istat sulla situazione economica dell’Italia ha fornito una serie di buone notizie e ne avevamo bisogno. Stiamo assistendo a un forte rimbalzo della crescita economica in Italia, la più forte nei Paesi UE, insieme con la Spagna. Due Paesi che, già prima del Covid, erano segnati da un ritmo ridotto di crescita e da una progressiva caduta dell’occupazione. Sul primo versante il recupero è forte, anche in considerazione delle ulteriori cadute provocate dalla pandemia; sul versante dell’occupazione le notizie sono meno rassicuranti e rischiano di rimanere tali anche nei prossimi mesi, se non anni.

Nei prossimi mesi perché non necessariamente la crescita produce subito una proporzionale occupazione e perché, a più lungo termine, le riforme indotte dal Piano europeo per la ripresa (Recovery Plan) non saranno indolori per il mercato del lavoro, in particolare nel contesto della transizione digitale e di quella ecologica. 

Anche perché, nei prossimi mesi ed anni, le molte risorse messe a disposizione dall’Unione Europea si tradurranno, secondo una simulazione, in creazione di posti di lavoro molto diseguale tra i principali Paesi UE. Per ogni milione di euro in arrivo dall’UE la Francia creerà 12 nuovi posti di lavoro, la Spagna 11,5, la Germania 8,2, la Grecia 6,2 e l’Italia solo 3,9.

Ci vuole altro per recuperare sulla disoccupazione, stimata appena sotto la soglia del 10% in Italia (ma due punti sopra la media UE), grazie anche al blocco dei licenziamenti e dei posti di lavoro “salvati” provvisoriamente dalla cassa integrazione.

Ma altre nubi pesano sul futuro del lavoro in Italia, in particolare per i giovani. Rispetto al 2019, ad oggi si registra un blocco delle nuove assunzioni, ridotte nel secondo trimestre per le classi di età 24-34 anni tra il 40 e il 50%. Si tratta in gran parte di persone che stentano ad entrare sul mercato del lavoro, il che contribuisce a spiegare che il tasso di occupazione in Italia si collochi al 57,9%, sotto di circa 10 punti rispetto alla media europea.

Viviamo, dopo le prime ondate di pandemia, una ripresa economica incoraggiante che non deve però far dimenticare, insieme con la perdurante debolezza dell’occupazione, aggravata da molte crisi aziendali, anche l’incremento della povertà, cresciuta di circa un punto percentuale in Italia nel 2020.

A fronte di questi numeri sembra debole il capitolo di bilancio del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR) italiano che su un totale di circa 230 miliardi di euro ne stanzia, nella “Missione 5”, appena 6,66 miliardi per le politiche attive del lavoro e per il sostegno all’occupazione. 

È vero che il sostegno sostanziale al lavoro dovrà venire dagli imponenti investimenti previsti dal PNRR per promuovere l’economia italiana e la sua modernizzazione nei prossimi anni, ma forse una maggiore attenzione ai problemi concreti e più immediati del mercato del lavoro ci poteva stare.

È comunque confortante notare che di quei 6,66 miliardi di euro la parte di gran lunga più consistente, 4,4 miliardi, sarà destinata alle “Politiche attive del lavoro e formazione”, snodo essenziale per preparare il futuro del lavoro in Italia.

Diranno i prossimi mesi e anni se la strategia adottata consoliderà l’attuale rimbalzo dell’economia italiana, continuerà a favorirne la crescita in futuro e non lascerà ai margini il problema del lavoro, compreso quello dei molti “lavoratori poveri” che aumentano nella nostra società. 

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