Migranti : la fuga degli eritrei

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Conclusasi la triste e inquietante vicenda della nave Diciotti, emblematico esempio del totale disorientamento politico ed umano del nostro Paese, vale la pena soffermarsi su alcuni dati relativi al numero di migranti sbarcati quest’anno in Italia e sulla loro provenienza.

Le cifre aggiornate del Ministero degli Interni ci indicano che, al 24 agosto 2018, sono giunte in Italia 19.526 persone (- 86,95% rispetto al 2017 e – 88,44% rispetto al 2016), mentre più di 1.600 sono morte nel Mar Mediterraneo. Le nazionalità più numerose sono rappresentate dai tunisini e dagli eritrei, che contano per circa il 40% degli immigrati.

Sulla nave Diciotti, il 90% dei richiedenti asilo era di nazionalità eritrea.  Sarebbe utile ora, al di là dei numeri con i quali ormai si identificano tanti  uomini, donne e minori, cercare di capire la situazione dell’Eritrea, Paese d’origine di tanta sofferenza e disperazione.

L’Eritrea è considerata, per la sua posizione geografica nel Corno d’Africa e per la sua vicinanza con il Medio Oriente, come una terra di confine. La sua è una storia di guerre e di conflitti permanenti, una storia priva di pace e di prospettive di sviluppo.  Conquistata l’indipendenza dall’Etiopia dopo trent’anni di guerra nel 1991, il conflitto riesplode prepotentemente nel 1998 per una questione di confini. Le ostilità, sebbene formalmente sospese nel 2000, non sono mai veramente cessate e hanno precipitato l’Eritrea in una delle peggiori situazioni politiche, economiche e sociali al mondo. Un conflitto sanguinoso, da sempre ignorato dalla comunità internazionale e che ha causato centinaia di migliaia di vittime.

Non solo, ma la dittatura imposta fin dal 1993 da Isaias Afwerki, ha completamente annullato qualsiasi barlume di democrazia ; i diritti umani sono sistematicamente calpestati o inesistenti e  l’ONU ha definito l’Eritrea il “Paese con meno libertà al mondo”. Si tratta di un regime di terrore, dove la gente vive costantemente nell’angoscia e nella paura e dove la minima critica al potere politico in carica puo’ portare direttamente nei famigerati campi di lavoro forzato. Il terrore imposto alla popolazione si è spinto fino ad instaurare un servizio militare obbligatorio illimitato per gli uomini e le donne a partire dai 17 anni.

Infine, con l’accusa di armare il terrorismo islamico in Somalia, nel 2009 l’ONU ha imposto sanzioni economiche all’Eritrea, aggravando, se ancora fosse possibile, la situazione economica e sociale del Paese e le condizioni di vita della popolazione.

Sembra tuttavia che si aprano all’orizzonte alcuni spiragli di pace. Proprio nello scorso mese di luglio i due premier dell’Eritrea e dell’Etiopia si sono incontrati, dopo vent’anni,  per mettere fine allo stato di guerra permanente fra i due Paesi e per inaugurare “una nuova era di pace e di amicizia”. Un’iniziativa salutata dalla comunità internazionale e dall’ONU, il cui Segretario generale , Antonio Guterres non ha esitato a definirla “un simbolo di speranza molto importante non solo per i due Paesi, non solo per l’Africa, ma per il mondo intero.”

Una speranza quindi che va sostenuta, incoraggiata e che chiama in causa in primo luogo l’Europa, perché si tratta di pace in una delle zone più martoriate della vicina Africa e dalla quale continuano a fuggire tanti uomini e tante donne alla ricerca di un futuro.

Per questo, alle persone che sono riuscite a sbarcare dalla nave Diciotti, va dedicata la bellissima breve poesia di Elisa Kidané, poetessa di origine eritrea : ”Avvolta in un manto logoro intriso di sangue e di tanto dolore, cosi’ mi incontro’ quel mattino la Pace”.

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