Mercosur nel labirinto delle istituzioni UE

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Niente è facile nell’Unione Europea: “è la democrazia, bellezza! e tu non ci puoi fare niente”, anzi devi esserne fiero in questo mondo ormai senza regole nel quale la forza prevale sul diritto.

E’ quanto viene da commentare dopo che il voto risicato del Parlamento europeo la settimana scorsa ha sospeso l’attivazione dell’accordo commerciale tra l’Unione Europea e i Paesi del Mercosur, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, appena sottoscritto dopo oltre 25 anni di trattative.

Per convincere forze politiche europee, variamente intrecciate tra loro in alleanze provvisorie, sulla necessità e l’urgenza dell’accordo commerciale, non sono bastate né l’attuale congiuntura commerciale mondiale, né le consistenti modifiche del testo, né le importanti risorse finanziarie aggiuntive, accordate agli agricoltori in mobilitazione permanente, né il consenso democraticamente raggiunto grazie al voto a maggioranza qualificata nel Consiglio dei ministri UE.

Un altra configurazione di consenso democratico si è formata in Parlamento dove, alle comprensibili preoccupazioni sugli equilibri dell’accordo, si sono aggiunte rivalse nazionali da parte di parlamentari provenienti da Paesi UE finiti in minoranza in occasione del voto del  Consiglio. 

E’ il caso in particolare delle delegazioni parlamentari francesi, polacche e non solo, con il contributo decisivo delle ali politiche estreme del Parlamento, dove per l’Italia si sono distinti in particolare i parlamentari dei Cinque stelle e quelli della Lega, in una ritrovata intesa giallo-verde.

Ne hanno fatto le spese la già fragile maggioranza politica “europeista” che a Strasburgo sosteneva l’ormai sempre più debole presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la Germania e l’Italia, entrambe in contrasto con la Francia, che avevano buone ragioni per difendere l’accordo e, soprattutto, l’economia europea bisognosa di ampliare i suoi scambi commerciali in un area di 270 milioni di consumatori.

Adesso i quadro delle interlocuzione tra le Istituzioni è particolarmente complesso: il Parlamento ha ottenuto di portare l’accordo davanti alla Corte europea di Giustizia perché ne valuti la correttezza; nell’attesa di una risposta, che potrebbe richiedere un anno o anche più, la Commissione europea ha tecnicamente la possibilità, autorizzata dal Consiglio europeo, di avviarne un’esecuzione provvisoria. Una decisione non facile da prendere per il rischio di esasperare le tensioni tra Paesi UE favorevoli e contrari all’accordo, in un momento in cui altri più importanti conflitti in corso spingono verso una pacificazione interna, e per evitare di far crescere le turbolenze politiche in seno a un Parlamento europeo, variamente frammentato e giustamente orgoglioso dei propri già limitati poteri.

Andrà anche valutato l’impatto di questa vicenda sugli accordi in dirittura d’arrivo con India ed Australia e sulla fiducia da accordare all’interlocutore europeo.

Viviamo in un quadro politico globale, dove concorrenti ed avversari dell’Europa non sono sempre democrazie esemplari, al punto di procedere d’autorità con “decreti esecutivi” come negli USA, senza nemmeno passare davanti al Congresso, mentre nell’UE è necessario, come nel caso dell’accordo con il Mercosur, un doppio passaggio parlamentare, il Parlamento europeo e i ventisette Parlamenti nazionali, con una possibile sospensione davanti alla Corte di Giustizia: c’è da chiedersi come affrontare una competizione così asimmetrica e sfavorevole per l’UE.

Certo per l’UE non si tratta di abbandonare lo Stato di diritto e le regole della democrazia, senza però escludere una manutenzione e riforma del nostro complesso quadro istituzionale, un labirinto dove il cittadino si perde, e con esso, anche l’economia europea.

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