Medio Oriente: nel buio di Gaza

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Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, dopo la vittoria elettorale di Hamas, Israele e Egitto hanno messo in atto il blocco nella striscia di Gaza, dando inizio ad uno dei periodi più bui e dolorosi per i suoi abitanti.

Da quel 15 giugno 2007, il piccolo territorio palestinese, di soli 360 chilometri quadrati ma densamente popolato da 2 milioni di abitanti, ha cercato di sopravvivere a mille ostacoli, tra valichi chiusi, difficoltà di accesso ai più elementari fabbisogni e, cosa più tragica ancora, a tre guerre con Israele (2008, 2011 e 2014), le quali hanno reso la situazione cosi difficile da  definire Gaza “una prigione a cielo aperto”. Una tragica realtà che si consuma in un perenne quanto inquietante silenzio della comunità internazionale.

L’apparente e sofferta calma di Gaza sembra tuttavia, in questi giorni, correre sull’orlo di una nuova tragedia, riportando il Paese sotto i riflettori delle preoccupazioni internazionali.

Sullo sfondo antichi e nuovi scenari: antichi quelli delle problematiche e conflittuali relazioni tra Hamas e Fatah, relazioni che non trovano da anni un punto di intesa e di equilibrio per far fronte ad un ipotetico negoziato di pace con Israele. Antico anche lo scenario dei rapporti di forza tra Israele e Hamas, anche se, nelle scorse settimane, Hamas ha cercato di modificare e di moderare il suo approccio politico nei confronti dello Stato ebraico, tentando cosi’ una via per uscire da un troppo pesantre isolamento.

Recenti invece due avvenimenti sulla scena mediorientale che coinvolgono direttamente la Striscia di Gaza e Hamas: il primo riguarda la visita di Donald Trump nella regione e la sua dichiarata volontà di  rimettere sui binari il negoziato di pace fra Israele e Autorità Palestinese (AP), identificando nello stesso tempo Hamas come un movimento terroristico.  Questa nuova presa di posizione statunitense ha esasperato lo scontro politico interno palestinese, spingendo il Presidente dell’ AP Mahmoud Abbas a scegliere la strada  della resa dei conti con Hamas.

Cio’ si è tradotto, in particolare, nella sospensione, da parte dell’Autorità Palestinese,  del pagamento ad Israele delle quote per l’erogazione di servizi elettrici nella Striscia. Israele, dal canto suo e di fronte al mancato pagamento, non ha esitato a sospendere l’approvvigionamento elettrico a Gaza. Si è venuta cosi’ a creare una situazione insostenibile e di estremo disagio per la popolazione, che non puo’ più contare che su poche ore di elettricità al giorno.  Giungono infatti notizie di una situazione drammatica, soprattutto in campo igienico e sanitario, dove oltre all’elettricità manca il cibo,  dove l’80% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà e dove il 46% della popolazione non ha un lavoro.

Il secondo recente avvenimento, legato al primo, riguarda la situazione che si è venuta a creare, sullo scacchiere mediorientale, nei confronti del Qatar, accusato dai Paesi arabi sunniti, Ryad in testa, e dagli Stati Uniti di sostenere il terrorismo. Isolato diplomaticamente e sotto blocco economico, il piccolo e ricco emirato era il principale sostegno finanziario  dei due milioni di Palestinesi della Striscia di Gaza. La sua attuale e problematica situazione si ripercuote ovviamente anche su Hamas, che rischia di perdere, dopo la Turchia, l’unico sostegno politico ed economico rimasto nella regione.

In queste condizioni, la polveriera di Gaza, sia da un punto di vista politico, economico e umanitario, potrebbe riesplodere da un momento all’altro, con tutte le disastrose conseguenze che un ulteriore conflitto nella regione potrebbe avere.

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