Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Una trappola? Per chi?

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L’Italia, dice la leggenda, è un Paese unico e creativo. Che lo sia anche nell’Unione Europea può essere, forse creativo ma certamente unico. Lo sta dimostrando nella vicenda infinita del Meccanismo europeo di stabilità (MES): siamo l’unico Paese UE che ne ha fatto un cavallo di battaglia politico, considerandolo alcuni un cavallo di Troia per svendere quello che resta della nostra sovranità, per altri un cavallo che può aiutare a tirarci fuori dalle sabbie mobili in cui siamo finiti per colpa del Covid-19 e non solo. Probabilmente non è del tutto vera né l’una cosa né l’altra: hanno torto quelli che lo considerano una trappola, non hanno tutte le ragioni quelli che ne fanno uno strumento salvifico per la dissestata economia italiana.

Il MES, detto anche “Fondo Salva-Stati”, era nato nel 2012 ai tempi della crisi finanziaria e dei debiti sovrani, per fornire prestiti a Paesi in difficoltà finanziaria: l’Italia vi contribuisce per il 17,7%, la Francia per il 20,2% e la Germania per il 26,9%, il resto a carico degli altri Paesi. In passato era stato attivato in favore di Spagna, Portogallo e Cipro, vincolato da condizioni severe ma con buoni risultati. Recentemente è stato rivisto, alleggerendone le condizioni d’uso, limitate alla spesa sanitaria, con un interesse vicino allo zero e una scadenza decennale. All’Italia potrebbe destinare un prestito di circa 36 miliardi di euro e consentire un risparmio rispetto ad altri strumenti di debito di circa mezzo miliardo di euro all’anno.

L’Italia, Paese che sotto la pressione migratoria del passato accusava l’UE di “essere lasciata sola”, adesso al Premier olandese, Mark Rutte, che la invita a “imparare a farcela da sola”, il nostro Presidente del Consiglio risponde che “farà da sola”, anche perché i propri conti li sa fare, come Conte ha risposto un po’ incautamente ad Angela Merkel, che invitava l’Italia ad usare gli strumenti esistenti, come il MES, peraltro senza citarlo. Da chiedersi se si tratta di fuochi d’artificio, di maldestre tattiche negoziali o di sproporzionato orgoglio nazionale. Probabilmente un po’ di tutto questo, con una parola-chiave che sembra al centro del confronto: il MES sarebbe una “trappola”. Resta da capire per chi.

Sicuramente rischia di essere una trappola per la confusa politica italiana. Nella maggioranza che vede favorevoli all’intervento del MES il Partito democratico e Italia viva, contrari il Movimento Cinque stelle; divisa anche l’opposizione tra la disponibilità al MES manifestata da Forza Italia e il rifiuto di Lega e Fratelli d’Italia. Una trappola che potrebbe provocare per la maggioranza una crisi di governo, per l’opposizione una rottura di alleanze e una difficoltà a spiegare ai propri elettori l’inspiegabile rifiuto. Come spiegare infatti agli italiani, che hanno bisogno urgente di un rafforzamento del sistema sanitario (costo stimato dal ministro Gualtieri di oltre 30 miliardi), il rifiuto di 36 miliardi di euro disponibili subito e alle non-condizioni ricordate sopra? Chi si oppone al MES parla vagamente di “uno strumento inadeguato”, per altri  equivarrebbe a uno “stigma” che marchierebbe l’Italia di discredito sui mercati. Come se i mercati non sapessero che stiamo viaggiando verso il 160% di debito pubblico sul PIL, a sua volta in caduta libera attorno al 12%.. come ha ancora ricordato nei giorni scorsi la Commissione europea, allineandosi sulle previsioni del Fondo monetario internazionale. E, in queste condizioni, a chi andate a raccontare che “possiamo farcela da soli”?

Il rifiuto del MES è una trappola se lo rifiutiamo, ma è anche una trappola se pensiamo che possa bastarci a venire fuori dalla crisi in cui siamo; è anche una trappola se fingiamo di rifiutarlo per ottenere altri contributi, quelli agognati “a fondo perduto” del “Piano per la ripresa”, che intanto ancora non c’è, forse non prima dell’anno prossimo, e non è detto che non sarà vincolato a condizioni anche più severe che non quelle del MES.

Il MES rischia di essere per l’Italia la trappola in cui è caduto l’asino di Buridano che, esitando tra due fasci di fieno, finì col morire di fame. Magari ricordando che, a volere la botte piena e la moglie ubriaca,  si finisce per dimenticare che “chi troppo vuole nulla stringe”. 

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