L’Unione Europea, l’Olanda e la diga

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Da bambino mi aveva molto impressionato la favola – ma per me allora era una storia vera – del piccolo Hendrik che amava correre sulla dighe costruite in Olanda a protezione dei campi dalle maree del mare del Nord. Un giorno Hendrik corse su una diga che ancora non aveva mai esplorato prima, mentre la marea saliva lentamente, e scoprì che nella diga c’era un piccolo buco e ebbe paura che presto case e campi potessero essere allagati con grandi pericoli per le persone. Gridò “aiuto, aiuto”, ma nessuno lo sentì o si mosse, non gli restò che pensarci lui a fermare l’acqua mettendo un dito nella falla fin quando non giunse qualcuno a dare l’allarme e a ripararla prima che si allargasse. E come capita nelle favole tutto finì bene.

Adesso che una falla politica si è aperta nella diga europea, proprio in Olanda, la lezione del bambino coraggioso deve far riflettere, prima che la favola diventi una brutta storia vera. 

E’ la storia del  governo olandese in cantiere che, dopo mesi dalle elezioni vinte dall’estrema destra, si sta piegando ad una inattesa alleanza delle forze politiche di centro e liberali con l’estremismo anti-europeo e anti-migranti dell’islamofobo Geert Wilders, nel timore che nuove elezioni possano  aggravare ulteriormente la situazione. 

Resta adesso da capire se sia già una resa o se, come nel caso di Hendrik, sia il disperato e rischioso tentativo di contenere con un dito la falla per impedire che una diga di civiltà crolli, travolgendo l’Olanda e il resto del continente. 

Non che questa deriva sia del tutto inedita nell’Unione Europea: qualcosa del genere era già successa, meno clamorosa, anche in Finlandia e Svezia, con una curvatura verso destra della mappa politica, adesso in ulteriore fibrillazione in Olanda alla vigilia delle elezioni europee. Colpisce però in particolare che questo smottamento si verifichi in un Paese fondatore dell’UE, che già aveva destato preoccupazione con il rifiuto nel 2005 del Progetto di Costituzione europea.

La “maggioranza Ursula” della legislatura UE che si sta chiudendo sta registrando pericolosi scricchiolii, non solo all’interno del Partito popolare europeo, ma anche tra centristi e liberali già previsti in probabile riduzione al prossimo voto e adesso esposti al rischio di scissione al proprio interno con la ventilata esclusione di quanti hanno rotto il “cordone sanitario” di protezione contro le destre estreme.

Se poi a questo si aggiunge, sull’altro versante politico, la recente esclusione, da parte di alcune  delle destre europee, del partito pre-nazista di Alternativa per la Germania (AFD), con l’obiettivo chiaro di sdoganarsi in vista di una qualche problematica forma di alleanza con il Partito popolare, allora i numeri cominciano a ballare senza escludere sorprese nel voto di giugno.

Quello che si va profilando sembra ancora confermare una maggioranza di centro-destra e sinistra riformista con quello che resterà dei liberali. Si annuncia una coalizione in tensione, probabilmente maggiormente orientata a destra con la possibilità, se non di un’alleanza strutturale con le estreme destre, tuttavia con un forte impatto di queste ultime sugli equilibri politici del futuro Parlamento europeo, esposto a posizioni a geometria variabile, come già avvenuto in passato.

Il risultato finale, in attesa di conoscere il risultato elettorale del 9 giugno, rischia di essere quello di un Parlamento più contrastato, indebolito nella sua spinta verso una ripresa dell’integrazione europea, con la prospettiva di una presidenza della Commissione molto segnata dal peso dei governi conservatori o di destra al momento della designazione del candidato da sottomettere all’approvazione del Parlamento.

Difficile e prematuro anticipare oggi l’esito di negoziati europei per i futuri Vertici UE, da sempre complessi, questa volta probabilmente anche di più. Una buona ragione per non dare niente per scontato.

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