Lo Stato (di salute) dell’Unione Europea

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A un anno di distanza dalla sua designazione alla guida della Commissione europea e dopo dieci mesi dalla presentazione del suo programma di lavoro, la Presidente Ursula von der Leyen era chiamata il 16 settembre a fare il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, rito abituale ad ogni inizio autunno.

Questa volta però in un contesto poco abituale rispetto al passato. Per almeno due ragioni, tra loro strettamente connesse: una, pesantemente negativa, a causa della pandemia da Covid-19 e una, felicemente positiva, dopo le decisioni del Consiglio europeo del 21 luglio scorso sul rilancio dell’economia europea, con l’adozione del “Piano per la ripresa” dotato di 750 miliardi di euro.

Era ancora presto per fare un bilancio compiuto delle conseguenze di questi due eventi, ma era comunque urgente cominciare a valutarne il primo impatto in una fase nella quale Parlamento europeo e Consiglio dei ministri sono confrontati alla definizione, particolarmente complessa, del bilancio comunitario 2021-2027 e di quello per l’anno prossimo. 

Per non semplificare nulla, tutto questo è intervenuto in un contesto ricco di crisi e tensioni come quelle largamente alimentate, fuori dai confini UE, da Donald Trump, dalla Cina, dalla Russia e dalla Turchia con le minacce che incombono sulla vita democratica e, all’interno dell’Unione, dalla ripresa dei flussi migratori e dall’azzardo di Brexit,  con il rischio di una secessione traumatica dall’UE e una caduta di credibilità internazionale del Regno Unito.

Si è trattato però anche di un periodo in qualche modo favorito dal ricambio dei vertici istituzionale UE e, nel corso del presente semestre, da una presidenza di turno “speciale” come quella tedesca, a guida Merkel. Una combinazione non banale che ha consentito a Parlamento, Consiglio europeo e Commissione di mostrare nuovo vigore, insieme alla prosecuzione di una politica monetaria espansiva da parte della Banca centrale europea, guidata da Christine Lagarde.

In un quadro così in movimento Ursula von der Leyen ha preferito guardare al futuro, cogliendo l’occasione per ricordare le priorità perseguite dalla Commissione – e tra queste la salvaguardia della democrazia sul continente e il rispetto delle diversità –  cercando il più ampio consenso possibile da parte del Parlamento europeo ma senza entrare in tensione con i governi nazionali. 

In particolare a questi ultimi, Italia compresa, era destinata l’insistenza sulla politica ambientale e i nuovi obiettivi da raggiungere con un’accelerazione entro il 2030 (almeno una riduzione del 55% dei gas serra) e sullo sviluppo del digitale e dell’intelligenza artificiale, senza dimenticare il cantiere del sociale che sembra tornare ad aprirsi, come nel caso dell’avvio di un’”Unione” della salute, di un rilancio del salario minimo e l’impegno per un “Patto migrazione”, con l’obiettivo di superare l’Accordo di Dublino.

Tra le righe dell’intervento sullo “Stato dell’Unione” era possibile cogliere l’invito agli Stati a progredire verso l’Unione, facendo convergere i loro interventi del “Piano per la ripresa” verso linee comuni di azione, cui sono dedicate le “linee guida” destinate ai governi nazionali nell’attivazione dei 750 miliardi di euro deliberati dal Consiglio europeo del 21 luglio. Linee-guida che assomigliano molto a vincoli e condizionalità, anche se queste parole non sono pronunciate.

Nelle parole di Ursula von der Leyen era anche possibile intravvedere una seria preoccupazione per il buon uso di queste risorse, tenuto conto anche dell’avvertimento della Corte dei Conti UE sulla difficoltà di gestire una così inedita massa di denaro, nei tempi brevi imposti dall’emergenza al riparo da rischi di frodi. 

Una preoccupazione che dovrebbe essere anche quella del governo italiano già in ritardo nell’elaborazione del suo “Piano nazionale di ripresa e resilienza” e alle prese con un’amministrazione pubblica da sempre in difficoltà a sostenere processi innovativi e adesso anche ulteriormente rallentata dall’incertezza sanitaria.

E’ chiaro a tutti che su questa decisiva partita del rilancio della politica e dell’economia europea le Istituzioni UE si giocano molto del loro futuro; l’Italia probabilmente tutto, come non ha mancato di ricordare il Presidente Giuseppe Conte, con una chiara allusione al futuro del suo fragile governo.  

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