L’Iran di Trump

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Tanti i punti interrogativi sulla politica estera del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che continuano a rimanere in sospeso e a creare inquietudini e incertezze sul futuro. Uno di questi è il rapporto a dir poco conflittuale che si sta di nuovo instaurando fra gli Stati Uniti e l’Iran, un rapporto timidamente ricostruito in seguito all’accordo sul nucleare del luglio 2015 dopo trentasette anni di interruzione dei rapporti diplomatici.

Annunciato in campagna elettorale, il nuovo approccio di Donald Trump nei confronti dell’Iran, ha come bersaglio un Paese che sta diventando sempre più importante negli equilibri geopolitici di una regione strategica per le sue risorse energetiche e attraversata da guerre, dal terrorismo, da turbolenze politiche e da profondi contrasti etnici e religiosi.

L’Iran, potenza sciita nella regione, rappresenta insieme all’Egitto e dopo la Turchia e Israele, la maggiore potenza militare del Medio Oriente; è il Paese che, insieme alla Russia e alla Turchia sta orientando il futuro della guerra in Siria e del Presidente Bashar al Assad; è il Paese che dopo due anni di intensi negoziati con il gruppo dei 5 + 1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna più la Germania), Paesi che hanno il diritto di veto all’ONU, ha raggiunto, nel luglio 2015, un accordo sul futuro del suo programma nucleare. Un accordo ritenuto storico, che prometteva più sicurezza e speranza nella pace, che rimuoveva progressivamente parte delle sanzioni economiche imposte all’Iran dal 2006, che apriva nuove prospettive economiche e nuovi capitoli nelle relazioni internazionali.

Con la decisione di Trump del 27 gennaio scorso di includere l’Iran nel gruppo dei setti Paesi a maggioranza musulmana destinatari del bando all’ingresso negli Stati Uniti per circa 3 mesi, il rapporto USA Iran è entrato in una pericolosa spirale che potrebbe compromettere la fragile “pax” negoziata anche dalla precedente Amministrazione Obama.

Il bando deciso da Trump è stato giudicato da Teheran “offensivo, umiliante e insultante per la grande nazione iraniana” e ha scatenato, da una parte e dall’altra, una serie di reazioni e di dichiarazioni che riportano a rapporti che sembravano in via di superamento. Non solo, ma quella moderazione espressa dal Presidente iraniano Hassan Rohani sembra sempre più in difficoltà nei confronti degli storici falchi e, in particolare, della guida suprema della Rivoluzione Alì Khamenei che non ha mai nascosto la sua avversione all’accordo sul nucleare.

La risposta iraniana al bando non si è fatta attendere e due giorni dopo Teheran ha ripetuto test missilistici a medio raggio provocando, come ci si poteva aspettare, una dura reazione di condanna da parte dell’Amministrazione americana. Va precisato che questi test missilistici, non violano l’accordo nucleare del 2015, ma sembrano in contrasto con una Risoluzione delle Nazioni Unite che chiede all’Iran di non intraprendere attività legate allo sviluppo di missili in grado di trasportare armi nucleari.

Sembra quindi in corso una inquietante rimessa in discussione dei rapporti fra gli Stati Uniti e l’Iran, dove i timori giungono fino a parlare di uso delle armi. Sarebbe una nuova catastrofe in una regione già fortemente attraversata da molteplici e insolubili conflitti.

Anche l’Europa risentirebbe fortemente dal deterioramento del rapporto tra Teheran e Washington. Sarebbe infatti opportuno che, per la gravità della situazione, facesse sentire la sua voce per fermare una escalation che potrebbe portare a nuove tragedie.

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