L’Europa per noi e noi per l’Europa

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Ha un sottotitolo prudente l’ultimo rilevamento pubblicato dall’Unione Europea nel novembre scorso dedicato alle “Grandi evoluzioni dell’opinione pubblica europea nei confronti dell’UE”: vi si legge che si tratta di uno “studio esplorativo”, un po’ come direbbe chi sta per addentrarsi su un terreno minato e pieno di pericoli.

E con ragione, se alla domanda sulla fiducia riposta nell’Unione Europea si registra che solo il 40% degli interpellati dà una risposta positiva, contro il 46% che dichiara di non aver fiducia. Una risposta che migliora se la domanda riguarda i benefici ricavati dal proprio Paese e diventa più interessante se agli interpellati si chiede che cosa rappresenta per loro l’UE: prevale di gran lunga «la libertà di viaggiare, studiare e lavorare ovunque nell’UE» rispetto all’euro, ma anche alla pace, mentre cresce l’insoddisfazione per la burocrazia europea.

Sorprende l’opinione relativamente positiva a proposito dell’esercizio della democrazia nell’UE, anche se si registra una maggiore fiducia nella capacità di farsi sentire nell’UE da parte del proprio Paese che non dai cittadini europei nei confronti dell’UE. Malgrado questa opinione diffusa, i valori di democrazia e libertà sono identificati dagli europei come il principale elemento costitutivo dell’identità dell’UE: lo pensa il 49% dei sondati.

Fatta salva l’affidabilità dei sondaggi, che al dunque riservano spesso pessime sorprese, viene da chiedersi quanti siano davvero gli euroscettici in questa Europa, per quali ragioni lo siano e quanto questo atteggiamento riguardi specificamente l’Unione Europea e non invece la politica del proprio Paese, quando non addirittura l’inerzia dei cittadini europei.

Sono in parte queste le domande che vengono in mente leggendo l’interessante saggio di Vladimiro Giacché dal titolo “Costituzione italiana contro i Trattati europei: il conflitto inevitabile”.

Ad una prima lettura quel libretto risulta stimolante e anche condivisibile in alcune sue parti, in particolare a proposito dell’infelice articolo 81 della nostra Costituzione, introdotto “nottetempo”, sull’obbligo di pareggio di bilancio.

Altro e più complesso il discorso che meriterebbero le considerazioni sul Trattato di Maastricht, solo in parte modificato – fortunatamente in meglio – dal Trattato di Lisbona, attualmente in vigore.

Del Trattato di Maastricht del 1992, fortemente segnato dallo choc della caduta del Muro e dell’unificazione tedesca, ricordiamo quasi solo quei parametri delle finanze pubbliche diventati negli anni un incubo, in particolare sotto i colpi della crisi. Abbiamo col tempo capito perché allora, il pur prudente Romani Prodi, chiamò quel “Patto di stabilità e crescita” un “patto di stupidità” e, per di più, senza impegni per la crescita.

Sono rimasti nell’ombra i passaggi relativi alla cittadinanza europea e al dialogo sociale che avrebbero potuto aprire per l’UE prospettive, se non proprio keynesiane, ma almeno contrastare le derive liberiste che abbiamo conosciuto con la rottura della coesione e della solidarietà che conosciamo oggi in Europa.

E anche sul ruolo della Banca centrale europea, unica vera Istituzione federale oggi nell’UE, si potrebbero avere opinioni diverse da quelle formulate dal Giacché, rischiando l’ipotesi che abbia contribuito a temperare quella voglia di “Stato minimo”, caro ai liberisti e alla Bundesbank.

La verità è che la politica non si fa – almeno, non solo – con i Trattati e le ambiziose dichiarazioni di principi contenuti implacabilmente nei primi articoli del Trattati europei. In democrazia, la politica si fa con l’azione dei rappresentanti del popolo e, quando necessario, con l’impegno attivo e costante dei cittadini, a rafforzamento della democrazia rappresentativa con quella partecipativa. E viene spontanea una domanda: dov’erano i cittadini europei quando negli anni scorsi si andava assistendo al logoramento del progetto di una comunità europea coesa e solidale? Forse è venuto il momento di parafrasare un appello di J. F. Kennedy all’America: «non chiedete all’Europa quello che può fare per voi, dite piuttosto quello che voi volete fare per l’Europa».

 

 

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