L’Europa guarda alla nuova Italia

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Non è un mistero che in Europa, e anche oltre Atlantico, i riflettori siano da tempo puntati sull’Italia. Troppe cose sono in movimento per non attirare l’attenzione di partner, alleati e concorrenti. E non devono ingannare gli auguri protocollari di molti al nuovo governo, anche se qualcuno – come quello di Vladimir Putin – va letto con particolare attenzione e tenuto in bella evidenza per verifiche future.
Per restare al solo ambito dell’Unione Europea sarebbe utile provare a capire, al di là delle frasi di circostanza, quali siano le valutazioni e a quali orientamenti politici disegnino per il futuro dell’Europa e dell’Italia.
Al netto delle dichiarazioni spesso inopportune – anche se comprensibili per gli amministratori del condominio europeo – dei vertici delle Istituzioni comunitarie, l’attenzione si concentra naturalmente sui macchinisti del motore franco-tedesco, fermo per ora in garage in attesa delle svolte da tempo annunciate.
Nessun dubbio che sia la Germania a occupare, anche in questo caso, il centro della scena. Da tempo è nell’Unione Europea il Paese guida, per non dire egemone, con un buon vantaggio rispetto al candidato co-pilota francese, Emmanuel Macron.
I punti di forza della Germania sono evidenti: la sua stabilità istituzionale, la buona tenuta dei suoi conti pubblici, la capacità economica e la sovra-capacità commerciale, la credibilità politica consolidatasi in Europa e nel mondo da decenni.
Ma s’intravvedono anche alcuni punti deboli, rivelati dalle elezioni dello scorso settembre. L’assetto politico tedesco ha penato per trovare un’intesa nella formazione del nuovo governo, con il risultato di indebolire la Cancelliera, pressata alla sua destra dai due partiti conservatori che la sostengono, in competizione con l’estrema destra di “Alternativa per la Germania”, e con alla sua sinistra un partner socialdemocratico ancora ammaccato.
Sul versante europeo questa situazione si traduce in rinvii ed incertezze rispetto al rilancio del progetto di integrazione comunitaria, lasciando per il momento sostanzialmente sospesa la spinta venuta dal presidente francese, costretto sempre più a temperare le sue proposte per una decisa riforma dell’UE.
Si colloca in questo quadro l’irruzione del nuovo governo italiano, sul quale Germania e Francia sanno che possono difficilmente contare per un balzo in avanti, come entrambe speravano ancora un anno fa, quando Macron, sbancava alle elezioni presidenziali e politiche e Angela Merkel si preparava fiduciosa al suo quarto mandato alla Cancelleria.
Naturalmente entrambi i leader sono oggi costretti a fare buon viso a cattivo gioco, lasciando per loro parlare – e talvolta sparlare – i media nazionali, più prudenti quelli dei “cugini” francesi, più critici se non addirittura sguaiati, quelli dei “nemici” tedeschi, come dipinti rozzamente nella campagna elettorale italiana.
A preoccupare i nostri due partner è probabilmente il volto poco conosciuto dei nostri nuovi governanti, percepiti come poco credibili dopo le spregiudicate giravolte dei mesi scorsi e guardati con fondate perplessità per i loro progetti europei, in particolare per quel loro occultato “piano B” per un processo di uscita dall’euro. Una prospettiva che a qualcuno ha fatto temere una ripetizione della vicenda greca e forse ad altri, in Germania, fatto sperare che nella futura Unione Europea l’Italia faccia un passo di lato e non resti nel gruppo di testa.
Si tratta di una speranza di qualcuno anche in Italia, ma che oggi una maggioranza di Paesi europei non si augura, nella consapevolezza che una simile deriva di un Paese fondatore dell’UE ne decreterebbe con molta probabilità la fine.
Resta il fatto che per molte ragioni – politiche, economiche, finanziarie – l’Italia non è la Grecia, almeno non ancora.

Lo sa bene la Francia che dell’Italia ha bisogno nel suo dialogo, più difficile del previsto, con la Germania. E lo sa anche la Germania, preoccupata per la sorte dell’euro, interessata al mercato italiano e prudente nelle sue tardive aperture di domenica scorsa alla Francia, sulla riforma dell’eurozona, e all’Italia sull’immigrazione, dopo essersi dichiarata indisponibile a un’ “Unione dei debiti” ad opera dell’Italia.
Sarà interessante vedere come si muoverà il nuovo governo italiano in questo quadro di grande complessità, con un ministro degli Esteri di fede europeista ed atlantica, un ministro dell’economia tendenzialmente euroscettico e un ministro “anti-tedesco” agli affari europei, le cui competenze all’interno del governo restano da capire. Chi crede nei miracoli può illudersi che il neofita presidente Conte possa mettere ordine in tanto guazzabuglio, sempre che glielo permettano i due vicepresidenti, sue guardie del corpo.
Per chi crede ancora alla possibilità di saggezza nella politica, la speranza è certamente l’ultima a morire: da quella saggezza dipenderà se per il futuro dell’Italia, e dell’Europa, ci sarà una faticosa guarigione oppure una lenta agonia.

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