L’eloquente silenzio dei russi

Si è spenta con quattro colpi di pistola, nella notte dal 27 al 28 Febbraio, proprio di fronte al Cremlino, anche la voce di Boris Nemtsov, un oppositore del regime di Putin. Sarà sepolto nello stesso cimitero di Mosca in cui si trova la giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006. Anna era conosciuta, all’epoca, per la sua determinazione a denunciare le derive autoritarie del Governo di Putin e gli abusi commessi nelle guerre in Cecenia. Ma non sono gli unici e la lista degli oppositori alla politica di Putin uccisi si allunga, gettando ombre di grave inquietudine non solo sul rispetto dei più elementari diritti alla libertà di pensiero, ma anche sul clima di tensione, di intolleranza e di sofferta opposizione che si è venuto a creare nel Paese. Un clima chiaramente percepibile nella manifestazione che è seguita all’indomani dell’assassinio di Nemtsov, un evento che era già stato programmato dall’opposizione, dopo circa tre anni di silenzio.

È stata invece una manifestazione di 70.000 persone sotto choc, tristi , che si interrogavano sul futuro e sui risvolti politici di un tale assassinio attraverso semplici cartelli listati a lutto, che dicevano : «Io non ho paura», «La propaganda uccide», «Gli eroi non muoiono» o, semplicemente «Boris». Persone che hanno misurato tutta la fragilità, la vulnerabilità e la solitudine di un’opposizione considerata solo come una punibile e pericolosa dissidenza.

L’assassinio di Nemtsov è stato ovviamente condannato dalla comunità internazionale; Putin ha promesso un’inchiesta che dice di voler sorvegliare personalmente, anche se la sua prima reazione è stata quella di pensare ad un complotto occidentale per destabilizzare il suo potere. Condanne e posizioni che hanno il sapore di un rituale che si ripete da troppo tempo e che oggi si inseriscono nella tragica attualità della guerra in Ucraina, nelle catastrofiche conseguenze economiche che essa genera nella Russia stessa e nei rapporti sempre più tesi fra Russia e Occidente.

La crisi economica e finanziaria, la svalutazione del rublo, le sanzioni economiche imposte da Europa e Stati Uniti, il calo del prezzo del petrolio nonché il prezzo pagato e da pagare per l’annessione della Crimea stanno in effetti mettendo in serie difficoltà l’economia russa, basata essenzialmente sull’esportazione di energia , con tangibili effetti negativi anche sulle condizioni di vita della popolazione. È questa situazione economica, legata e precipitata con il coinvolgimento militare russo in Ucraina e con il disegno politico che tale coinvolgimento lascia percepire, che Boris Nemtsov si accingeva a denunciare con l’organizzazione della “Marcia di primavera”, proprio a segnare il risveglio e il ritorno di un’opposizione anche in Russia.

È necessario cogliere con questo assassinio, forse molto più emblematico di quelli che lo hanno preceduto, anche tutta la portata storica e politica racchiusa nelle difficili relazioni odierne fra Occidente e Russia, proprio perché la guerra in Ucraina ci riguarda e tocca anche noi molto da vicino. Non solo perché l’Ucraina ha scelto un suo futuro europeo e per questo ci impone un’adeguata risposta politica, non solo perché in quella terra di frontiera tra Est e Ovest si combatte e si muore e non solo perché quella terra è strategicamente importante per il transito delle nostre forniture di gas e petrolio provenienti dalla Russia. Ci tocca da vicino perché e soprattutto ci impone una riflessione nuova sulle nostre relazioni con la Russia stessa, che vadano ben al di là degli interessi economici o geostrategici in gioco; una riflessione che non si limiti più solo a sanzioni economiche, ma che ponga in primo piano anche l’ascolto a quella fragile opposizione che, senza paura di scendere in piazza, vorrebbe parlare anche di diritti e di democrazia. Il nostro Presidente del Consiglio incontrerà Putin domani e certamente non sarà un incontro facile. Ma la posta in gioco, domani, saranno anche la credibilità e la difesa dei valori fondanti della nostra Europa.

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