Legge di Stabilità: l’Italia passa il primo esame UE

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Dopo tensioni e trattative, punteggiate da qualche tweet di troppo,la Commissione europea ha dato un primo segnale di via libera alla “legge di stabilità” dell’Italia.

Si tratta di una legge, espressione della politica di bilancio nazionale, destinata a governare la vita economica del Paese, a fronte dei costi necessari per la vita della collettività e delle risorse disponibili o da reperire, nel rispetto dei vincoli europei.

Come si vede un “percorso di guerra”, periodicamente oggetto di forti contrasti politici, com’è inevitabile per una decisione che chiama in causa visioni politiche diverse, strategie di lungo periodo (almeno dovrebbe) e tattiche per acquisire consenso e risultati elettorali.

Tutta questa complicata costruzione deve rispettare i vincoli europei, in particolare il contenimento della spesa pubblica, tradotta nei due limiti – tabù del deficit annuale, inferiore al 3% del Prodotto interno lordo (PIL) e del debito pubblico consolidato, da ricondurre verso la soglia del 60% del PIL.

L’Italia, diversamente da altri Paesi comela Francia, registra un deficit che rispetta, per ora senza superarla, la soglia del 3%. Molto diversa la situazione per il debito pubblico – la principale preoccupazione di Bruxelles – largamente superiore ormai ai 2000 miliardi di euro, pari al 134% del PIL, quando la soglia di riferimento prevista dal Trattato di Maastricht è del 60%. Dettaglio non indifferente, questo nostro debito – come tutti i debiti – comporta degli interessi: nel caso dell’Italia, nonostante i tassi di interesse vicini allo zero, decisi dalla Banca centrale europea (BCE) e la significativa riduzione dello “spread”, il costo del nostro debito si aggira annualmente attorno a circa 90 miliardi di euro per i soli interessi, che si mangiano in un solo boccone il pur consistente avanzo primario del bilancio.

Di tutto questo, e di altro ancora, ha dovuto tenere conto il Governo italiano nel formulare la sua Legge di Stabilità, cominciando con una modifica importante nell’ottobre scorso, in seguito a una prima richiesta della Commissione europea che fece crescere la manovra da 30 a 36 miliardi di euro. Nonostante questo, una valutazione esclusivamente matematica della manovra restava esposta a rischi, ma il Governo italiano ha fatto affidamento sulla lettura politica che ne avrebbe potuto fare la nuova Commissione in considerazione delle attuali “condizioni eccezionali”,  con il risultato di una sua approvazione anche se con riserva: quella di sorvegliare l’effettiva adozione nei tempi previsti, delle riforme annunciate e le future entrate derivanti dalle privatizzazioni e da ulteriori riduzioni della spesa pubblica.

A breve poi dovrebbe intervenire il Piano di investimenti da 300 miliardi di euro in tre anni promesso da Juncker, mettendo insieme risorse pubbliche (poche) e private (da trovare). Per il loro uso, il Governo italiano conta sulla possibilità di scorporare la sua quota di investimenti dal calcolo del deficit.

Se tutto va bene, prima con la valutazione positiva della Commissione e, poi, con l’adozione in Italia delle riforme sul tappeto, allora si potrà affrontare con più fiducia l’anno prossimo, quando a marzo interverrà un secondo grado di giudizio da parte dell’UE sull’Italia, la Francia e il Belgio.

Di qui ad allora sarà decisivo registrare qualche segnale di crescita e di una prima ripresa dell’occupazione, i due obiettivi dell’attuale Legge di Stabilità che, si spera siano anche gli obiettivi prioritari dell’UE, dopo anni di soffocante austerità.

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