Le minacce di Trump all’Iran

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Si sta gradualmente precisando la visione del mondo del Presidente Trump, in particolare per quanto riguarda il ruolo del suo Paese nei teatri dove si giocano le partite più sensibili per la pace e la stabilità. Sembrano quindi superate quelle dichiarazioni che descrivevano, in campagna elettorale, una politica dell’”America first”, intrisa di isolazionismo e di grande incertezza in politica estera e nelle relazioni internazionali.

Questa incertezza si sta piano piano dileguando e sta venendo alla luce una politica molto più impegnata e presente su vari fronti, dal Medio Oriente alla Corea del Nord, una politica che non manca anche di ambiguità se si pensa alle relazioni con la Cina e con la Russia.

Uno dei nodi cruciali della politica estera del Presidente Trump si concentra in questi giorni sui rapporti con l’Iran e sull’accordo sul nucleare raggiunto nel luglio 2015 dall’Amministrazione Obama. Il rapporto con Teheran, a dire il vero, era già stato oggetto di critiche da parte di Trump anche in campagna elettorale, ma solo ora, su basi più concrete, si possono esaminarne le possibili implicazioni politiche.

L’Iran è indiscutibilmente un attore importante sullo scacchiere mediorientale. L’accordo raggiunto nel luglio 2015, che prevedeva la limitazione del programma nucleare iraniano e la progressiva eliminazione delle sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, sembrava aprire una stagione di nuove relazioni, politiche ed economiche, non solo con gli Stati Uniti, ma anche a livello internazionale. Con l’accusa di non rispettare l’accordo, l’Iran ritorna ad essere, per gli Stati Uniti di Trump, il nemico di sempre, definito con queste parole: “L’Iran è uno Stato sponsor del terrorismo e potrebbe prendere la strada della Corea del Nord. (…) Rappresenta la più grande minaccia a lungo termine per la stabilità in Medio Oriente ”. Una messa in guardia inquietante dai risvolti politici e di sicurezza imprevedebili.

Sono parole che buttano olio sul fuoco anche sulla politica interna iraniana, in un momento in cui il Paese si sta preparando alle elezioni presidenziali di maggio. In corsa per un secondo mandato il moderato Presidente Hassan Rohani, che aveva incentrato la maggior parte delle sue priorità politiche sulla conclusione e l’attuazione dell’Accordo. Duramente contestato, al riguardo, dai falchi del regime e poco sostenuto dalla Guida suprema Ali’ Khamenei, Rohani rischia di essere travolto dai conservatori, i quali potrebbero rimettere in discussione l’Accordo stesso, con tutte le incognite che cio’ lascia pesare sullo sviluppo del nucleare nel Paese.

Sullo scacchiere regionale, fra i tanti attori coinvolti con interessi nazionali diversi e divergenti, l’Iran sciita è il secondo attore più importante, dopo la Russia, nel conflitto in Siria a sostegno di Bachar al Assad. Per Teheran, la Siria è il punto d’appoggio essenziale per la sua influenza strategica dal Golfo Persico al Mediterraneo. Nella prospettiva che un giorno possa veramente apparire la possibilità di una soluzione diplomatica e politica al conflitto, che dura ormai da sei anni e ha fatto centinaia di migliaia di vittime e milioni di rifugiati, l’Iran non potrà essere esclusa da un tale negoziato. La stessa cosa vale, a lungo termine, per la ricerca e la definizione di una strategia condivisa collegata alla lotta al terrorismo, nonché alla gestione del dopo Stato islamico, in termini di riequilibri regionali.

La politica di Trump, che in fondo si inserisce in una sorta di continuità della politica dei repubblicani, si definisce quindi in un contesto mediorientale attraversato da nuovi e antichi conflitti, diventato teatro di cospicui interessi economici, politici e geostrategici per innumerevoli attori in conflitto fra loro. Trump sta facendo delle scelte di campo alle quali gli Stati Uniti ci avevano già abituato, scelte che non sembrano, almeno dai toni, offrire una visione globale degli interessi di stabilità e di equilibrio necessari in Medio Oriente.

Sul crinale delle divisioni religiose fra sunniti e sciiti, gli Stati Uniti ribadiscono la loro alleanza con la mezzaluna sunnita, con l’Arabia saudita in particolare. Proprio in questi giorni il Capo del Pentagono Mattis ha dato il benestare all’Arabia per nuovi bombardamenti in Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti da Teheran. E’ una guerra di cui si parla poco, che ha precipitato un’intera popolazione in una drammatica situazione umanitaria. E in questa alleanza non pesa più di tanto il fatto che proprio i sauditi sostengono le versioni più radicali dell’islam sunnita alle quali si ispirano i terroristi.

Trump entra quindi in uno scenario molto complesso, dove gli interessi economici e strategici compongono e scompongono alleanze, e dove sarà sempre più difficile trovare quel fulcro su cui potrebbero poggiare pace, stabilità e equilibrio in una delle regioni più tormentate e esplosive della Terra.

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