L’Africa e la COP 28

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È in corso a Dubai la grande riunione mondiale chiamata a fare il punto sugli obiettivi raggiunti a partire dalla COP 21 di Parigi del 2015 e a prendere nuovi impegni per il futuro della salute del Pianeta. 

Non è un segreto per nessuno che il Pianeta soffre e che i campanelli d’allarme sono passati ormai dai moniti degli esperti del clima alle tragiche manifestazioni  dei cambiamenti climatici e che le emissioni di CO2, responsabili in gran parte di tali cambiamenti, crescono invece di diminuire. Le preoccupazioni al riguardo sono quindi ben fondate e tante, quindi, sono le speranze che la COP 28 sia all’altezza delle sfide.

Un aspetto importante che caratterizza la discussione mondiale nelle COP, sono non solo i criteri che stabiliscono lo sforzo di riduzione delle emissioni per ogni Paese, ma anche il sostegno finanziario che i Paesi sviluppati devono fornire ai Paesi emergenti e in via di sviluppo, a partire dalle evidenti differenze di responsabilità di inquinamento e delle difficoltà economiche di questi ultimi. Al riguardo, la COP 27 di Sharm el Sheik aveva istituito un  “fondo per le perdite e i danni” dovuti all’impatto dei cambiamenti climatici, tema nuovamente affrontato con decisione a Dubai, con i primi impegni finanziari dei Governi per garantire la sostenibilità del fondo. 

Al riguardo non sono mancate divergenze fra i Paesi sulla gestione e la portata del fondo, ma la cosa più inquietante è il limitato impegno finanziario promesso, che ad oggi non supera i 600 milioni di dollari a fronte dell’enorme  prezzo pagato dai Paesi in via di sviluppo dovuto ai cambiamenti climatici. Non è ancora chiaro infatti a quanto ammonterà la disponibilità complessiva del fondo, ma i calcoli degli esperti e le necessità delle fragili economie destinatarie si aggirano intorno ai 400 miliardi di dollari. 

La perplessità sull’impegno finanziario dei Paesi ricchi e più inquinanti si giustifica soprattutto dal fatto che, dal 2009 questi stessi Paesi avevano già convenuto di versare 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere “la transizione ecologica” dei Paesi più poveri e vulnerabili, impegno disatteso e mai pienamente conseguito in anni di promesse. 

Va ricordato infatti che, ad esempio, i Paesi più fragili dell’Africa sono le maggiori vittime del cambiamento climatico, a fronte di una responsabilità di emissioni globali di CO2 non superiore al 4 %. Si tratta infatti non solo di affrontare il tema da un punto di vista delle responsabilità, ma anche sotto il profilo della giustizia climatica, tema che ha irrigidito le posizioni di alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, che si rifiutano di stabilire un legame fra il finanziamento e il riconoscimento della responsabilità.

Va ricordato qui che, nella consapevolezza delle sfide poste dai cambiamenti climatici, 54 Paesi africani si sono riuniti, nel settembre scorso, a Nairobi per il primo Vertice africano sul clima, con l’obiettivo di raggiungere una posizione comune alla COP 28. Nella Dichiarazione finale infatti il punto centrale messo in evidenza e da discutere a Dubai è soprattutto quello dei finanziamenti della transizione energetica, dell’adattamento e dei danni causati dal cambiamento climatico.

Un approccio che mette in luce tutte le contraddizioni che attraversano il continente africano da anni. Continente ricco di risorse naturali e dalle potenzialità enormi, ma dove a sud del Sahara circa 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità. Vanta il sessanta per cento delle migliori risorse solari al mondo ma conta solo il tre per cento degli investimenti energetici su scala globale. E’ territorio di grande interesse geopolitico e di grande sfruttamento da parte di molti Paesi, per le sue risorse in terre rare, essenziali per progettare e realizzare la transizione energetica.

I cambiamenti climatici e tutte le loro ricadute disastrose stanno ad indicare, soprattutto attraverso le contraddizioni  vissute dall’Africa, la necessità di un approccio comune e globale di tutti i Paesi, perché il Pianeta è uno solo e senza frontiere climatiche.

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