L’Africa dei colpi di Stato

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Da tre anni a questa parte l’Africa e, in particolare, l’Africa subsahariana, è attraversata da forti sussulti e instabilità che hanno portato, in molti Paesi, i militari al potere. Si susseguono così colpi di Stato che affondano le loro radici non solo in una lontana storia coloniale, in particolare francese, mai veramente superata, ma anche e soprattutto in recenti scenari regionali e globali dai molteplici aspetti.

Senza andare troppo indietro nella travagliata storia dei conflitti in Africa, il primo e il secondo colpo di Stato militare nel 2020 e nel 2021 in Mali segnano infatti il punto di partenza per la rimessa in discussione della presenza militare straniera nel Paese, in particolare quella francese e quella della missione di pace ONU della MINUSMA. Francesi e caschi blu, presenti da anni per far fronte, in particolare, alla crescente presenza e ascesa nel Sahel del jihadismo, del terrorismo, dell’insicurezza e della conseguente instabilità geopolitica, stanno lasciando il Paese, su richiesta della giunta militare ora al potere. 

Varie le riflessioni sulle conseguenze di una tale situazione. Al di là, infatti, della constatazione del fallimento della strategia francese e occidentale nel Sahel, i due colpi di Stato in Mali volevano riportare nelle mani dei militari al potere la lotta al jihadismo e la definizione di una strategia di stabilità e sicurezza nella regione. Due aspetti che, ad oggi, non hanno certamente raggiunto i risultati previsti, anzi hanno creato condizioni più favorevoli ai jihadisti stessi, aperto le porte all’ingresso delle milizie della Wagner (e della Russia) a sostegno della giunta militare e, grazie alle esitazioni della comunità internazionale, incoraggiato altri Paesi vicini a tentare la carta del golpe militare. 

Dopo il Mali infatti, sempre nel 2021, è il turno della Guinea Conakry e del Ciad, seguiti nel 2022 da altri due colpi di Stato in Burkina Faso, (in gennaio e in ottobre). Salgono così a quattro i Paesi del Sahel nelle mani dei militari, sempre con l’obiettivo dichiarato di combattere più efficacemente il progredire dei jihadisti. Non solo, ma anche con l’improbabile intento di combattere la corruzione e di affrontare situazioni economiche e sociali disastrose, dove sottosviluppo e povertà coinvolgono spesso la maggior parte della popolazione e della numerosa gioventù. È quest’ultima una delle ragioni del sostegno delle popolazioni alle giunte militari. 

Ma è soprattutto il golpe militare in Niger del 26 luglio e quello in Gabon del 30 agosto scorsi ad accendere l’apprensione della comunità internazionale nei confronti dell’Africa e del susseguirsi dei colpi di Stato militari. Il Niger in particolare era visto dall’Occidente e dall’Europa come l’ultimo Paese della regione ad aver mantenuto una parvenza di stabilità e dove il Presidente deposto dalla giunta, Mohamed Bazoum, era stato eletto democraticamente. È inoltre un Paese di strategica importanza non solo per la lotta al jihadismo e per la sicurezza regionale, con il quale l’Europa intendeva rafforzare i suoi rapporti in vista di un controllo dei flussi migratori, ma anche per le sue ingenti risorse di uranio, utili in particolare alla Francia per il funzionamento delle sue centrali nucleari. Inoltre, il golpe in Niger ha svegliato, per la prima volta, l’attenzione della Comunità economica dell’Africa occidentale (ECOWAS) che ha minacciato un intervento militare se il Presidente Bazoum non verrà liberato. Una minaccia in sospeso, che guarda con preoccupazione alla situazione regionale che si è venuta a creare con i tanti militari al potere, nonché alla crescente influenza della Russia e delle milizie della Wagner al riguardo. 

Guardando la cartina dell’Africa oggi, ci accorgiamo che una cintura militare attraversa da ovest ad est il Sahel. Una barriera che sembra allontanare sempre più l’Africa da percorsi di democrazia e da rapporti di dialogo con l’Europa, in un contesto di grandi cambiamenti e sfide globali.

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