Se davvero Lampedusa fosse la porta d’Europa…

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I confini sono stati spesso nella storia protagonisti di conflitti, in particolare nel litigioso continente europeo. Fino alla 2022 avevamo creduto di esserci lasciati alle spalle conflitti di confine all’origine di guerre in Europa: la Russia ci ha ricordato che non è così invadendo l’Ucraina, oltrepassandone i confini definiti dal diritto internazionale.

Meno drammatici, ma non senza sollevare seri problemi, i confini dell’Unione Europea: non solo perché fin dall’inizio delle prime Comunità europee degli anni ‘50 il suo perimetro è andato progressivamente ampliandosi, dai sei Paesi fondatori ai 27 Paesi membri UE di oggi, e ancora si allargherà non senza problemi a nuovi Stati membri nei prossimi anni, ma anche perché non sembra a tutti chiaro che cosa si intenda per confini europei e confini nazionali.

Il tema è riproposto dalla pressione esercitata dal flusso dei migranti sui confini europei, a tratti indicati come sacri confini nazionali e altre volte come porosi confini europei, denunciati come un colabrodo di cui l’UE non si farebbe carico, permettendo una presunta invasione e, per alcuni, una pericolosa “sostituzione etnica” a spese della calante popolazione indigena.

Sembra di capire che ad alcune forze politiche torni comodo giocare su un’ambivalenza della nozione di confine, peraltro giuridicamente fondata dai Trattati UE che, a partire dal tema cittadinanza, vede convivere il profilo nazionale del confine e quello europeo. Questo consente a qualcuno di alternare l’appello ai sacri confini nazionali, da proteggere con leggi e decreti d’emergenza, salvo poi chiedere all’Unione Europea di farsi carico di quegli stessi confini, pur gelosamente considerati i confini di “casa nostra”. 

A scanso di ciniche operazioni di propaganda o di malintesi europei sarà bene fare chiarezza, chiamando a rispondere della difesa dei confini entrambi gli attori, possibilmente in cooperazione tra di loro.

Il caso italiano è particolarmente significativo, vista la pressione che le migrazioni esercitano sull’Italia, ma non solo, e tenuto conto dell’attuale posizionamento della maggioranza di governo nel concerto europeo sul tema delle politiche migratorie. A ben vedere, nella confusione, appare chiara una contraddizione quando si fa appello all’Unione Europea, chiamandola a farsi carico dei nostri confini nazionali: basterebbe chiedersi a quale Unione ci si riferisce. Se a quella esistente di natura intergovernativa dei sacri confini nazionali o a quella sovranazionale con confini europei che già gli attuali Trattati potrebbero fare crescere, consentendole a questo titolo di assumere responsabilità nella gestione comunitaria dei flussi migratori. 

Colpisce in particolare che a denunciare i mancati interventi dell’UE siano proprio quelle forze politiche che da anni frenano uno sviluppo sovranazionale dell’Unione, impedendole di dotarsi di competenze che le permettano di intervenire sui fronti caldi della società europea – vale anche per la sicurezza, il fisco, il governo dell’economia, l’ambiente e molto altro – salvo poi dimenticare di aver sabotato il processo di integrazione comunitaria, ma andando però in comitiva con la Presidente della Commissione europea e il premier olandese dal dittatore tunisino a pagarlo  arginare le partenze dei migranti.

Il nodo dei confini sarà uno dei temi che infiammeranno la campagna elettorale in vista delle elezioni europee del giugno prossimo e sarà anche un’occasione buona per puntare i riflettori sulla  manipolazione del tema confini, da non usare disinvoltamente a seconda dei casi: nazionale il confine quando prevale l’ossessione sovranista e europeo quando è utile scaricare la responsabilità su un “governo europeo” cui si impedisce di vedere la luce.  

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