La mobilità dei lavoratori nell’UE: ultimi dati

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Secondo gli ultimi dati resi noti dalla Commissione Europea, nel 2013 sono stati circa sette milioni i cittadini europei che hanno vissuto e lavorato in Paesi Ue diversi dal loro; circa il 3% della forza lavoro dell’UE.

Il 78% dei cittadini UE in età lavorativa residenti in un altro Paese, risultano economicamente attivi ed il loro tasso di occupazione è pari al 68%, tre punti percentuali e mezzo in più rispetto al dato calcolato su chi lavora nel Paese di nascita.

Ai sette milioni di lavoratori citati sopra, che vivono e lavorano in un Paese diverso da quello di nascita, vanno aggiunti coloro che vivono in uno Stato e lavorano in un altro (1,1 milioni) e i lavoratori distaccati che sono circa 1,2 milioni ogni anno.

Negli ultimi dieci anni si sono sviluppati due nuovi modelli di mobilità intra – UE: il primo è il risultato del processo di allargamento letto in un’ottica di lungo periodo: in particolare, si registrano importanti spostamenti dagli Stati dell’UE – 12 (Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo Paesi Bassi, Italia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Spagna, Portogallo, Grecia ) all’UE – 15 (ai Paesi citati precedentemente si aggiungono Austria, Svezia e Finlandia).

Il secondo modello di mobilità, sembra invece alimentato dalla crisi economica con i lavoratori dei Paesi più colpiti (in particolare quelli dell’area mediterranea) che si spostano verso nord.

Confrontando i dati rilevati nel periodo 2009 – 2013 con quelli del quinquennio precedente, in termini di profilo dei lavoratori mobili appare evidente come i flussi siano più consistenti verso Germania, Austria, Belgio e Paesi nordici e più ridotti verso la Spagna e l’Irlanda. Negli ultimi anni inoltre, Germania e Regno Unito si sono attestate come destinazioni principali della mobilità intra UE.

In termini di età, dai dati emerge che coloro che si muovono sono, oggi come ieri, i più giovani, anche se la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni risulta essere in calo (dal 48 al 41% del totale, passando da un periodo di rilevazione a quello successivo).

Cresce invece il livello di istruzione dei lavoratori che si spostano: se nel periodo 2004 – 2009 solo il 27% ha terminato un ciclo di istruzione terziario (università o PhD), nel periodo 2009 – 2013 la quota sale al 41%.

Un raffronto tra i dati più recenti e quelli rilevati prima della crisi (2004 – 2008), porta ad evidenza rilevanti flussi in uscita dai Paesi più colpiti, così come dai Paesi non UE; in particolare, negli anni successivi al 2008 si sono registrati aumenti dei lavoratori provenienti dai Paesi del sud (+38%) e riduzioni di quelli provenienti da Romania (-33%) e Polonia (-41%).

La Relazione della Commissione mette in evidenza i vantaggi della mobilità sia per i lavoratori (maggiori opportunità di lavoro, più occasioni di acquisire nuove competenze, miglioramento delle abilità linguistiche e quindi maggiore orientamento internazionale nella ricerca del lavoro), sia per i datori di lavoro (che riescono a coprire un range più ampio di funzioni e competenze).

Anche dal punto di vista macroeconomico, la mobilità dei lavoratori ha innegabili aspetti positivi soprattutto in termini di riduzione delle disparità occupazionali tra Stati membri e di efficiente allocazione delle risorse umane.

A partire da tutti questi dati, la Relazione conferma l’impegno UE per garantire e progressivamente migliorare la mobilità del lavoro, sia con il potenziamento della rete EURES ed il recente varo della rete europea dei servizi per l’impiego, sia con misure che incrementino la trasparenza del mercato del lavoro europeo, in modo da anticipare le necessità delle diverse aree geografiche e settoriali del mercato stesso.

In tal senso, viene sottolineata l’importanza di strumenti come lo “European Vacancy Monitor” e l’EU Skill Panorama, pubblicazioni diffuse a cadenza regolare con l’obiettivo di offrire informazioni sulle tendenze occupazionali, permettendo l’individuazione dei punti critici in termini di mercato del lavoro e incontro tra domanda e offerta.

Altri strumenti citati come funzionali al potenziamento della mobilità intra UE, sono il quadro europeo di classificazione delle competenze (European Skills, Competences, Qualifications and Occupations – ESCO), messo a punto dalla Commissione Europea, insieme al Centro Europeo per lo sviluppo della formazione professionale (CEDEFOP) e ad un team di consulenti esterni, oltre alla direttiva sul riconoscimento delle qualifiche professionali, varata nel 2005 e modificata nel 2013 (2013/55).

La Relazione si sofferma infine, su alcune questioni sensibili legate al tema della mobilità: rischio di dumping sociale, fuga dei cervelli dai Paesi di origine o disequilibrio dei sistemi di protezione sociale dei Paesi di accoglienza, protezione dei diritti dei lavoratori mobili

Le responsabilità relative alla prevenzione del dumping sociale competono, si legge nella relazione, agli Stati membri che “rafforzando le normative in tema di salute e sicurezza, devono prevenire lo sfruttamento dei lavoratori provenienti da altri Paesi, o il loro utilizzo nell’economia informale”.

A livello UE può essere fatta valere la direttiva sui lavoratori distaccati (96/71 CE), progressivamente rafforzata, che obbliga gli Stati membri a vigilare sull’uguaglianza di trattamento per i lavoratori distaccati e quelli “autoctoni”.

In tema di diritti dei lavoratori, le priorità individuate dalla Relazione attengono alla maggiore informazione, alla rimozione delle barriere che ostacolano la mobilità lavorativa, nonché all’esportabilità dei trasferimenti pensionistici maturati in un altro Paese.

Per contrastare il rischio di “fuga dei cervelli” dai Paesi più poveri o più duramente colpiti dalla crisi, è necessario da un lato creare maggiori opportunità occupazionali in patria, soprattutto per i giovani, ma dall’altro mettere in evidenza il fatto che la mobilità lavorativa è un vantaggio anche per i Paesi di origine, sia per via delle rimesse, sia grazie al fatto che, per la stragrande maggioranza delle persone, la scelta della mobilità lavorativa è temporanea ed al momento del rientro ricade sull’economia del Paese di origine in termini di competenze e capitale umano.

Per quanto riguarda i rischi di squilibrio dei sistemi di Welfare dei Paesi di accoglienza, la Commissione Europea invita gli Stati membri a prevenire la mobilità dei lavoratori che risultano poi essere sotto-qualificati rispetto alle esigenze dei mercati del lavoro dei Paesi di destinazione, perché sono proprio questi ultimi che, restando disoccupati, rischiano di rendere necessario un surplus di prestazioni assistenziali.

Stando però agli ultimi dati, non esiste il rischio del “turismo da prestazioni di Welfare” dal momento che «i lavoratori mobili dell’UE rappresentano una piccola parte della popolazione che riceve prestazioni previdenziali o assistenziali, poiché si tratta di popolazione giovane ed economicamente più attiva rispetto alla media dei coetanei autoctoni».

Secondo uno studio del 2013 finanziato dalla Commissione Europea, “i lavoratori mobili economicamente non attivi hanno una rilevanza contenuta sia sul totale dei beneficiari (meno dell’1% del totale), sia sul budget complessivo delle prestazioni di Welfare”.

L’incidenza sul totale dei beneficiari è inferiore all’1% in Austria, Bulgaria, Estonia, Grecia, Malta e Portogallo ed inferiore al 5% in Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia).

In qualunque caso, conclude la Commissione Europea, gli Stati membri sono invitati a mettere in campo gli strumenti di salvaguardia dei loro sistemi di protezione sociale, con il supporto dell’UE sia in termini di risorse finanziarie (esplicito il riferimento al Fondo Sociale Europeo), sia insieme agli interventi di Capacity building messi in campo dai programmi comunitari, al fine di sostenere le autorità locali che devono fronteggiare improvvisi e massicci arrivi di cittadini di altri Paesi UE.

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