Francia e Germania ai ferri corti nell’Unione europea

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In Francia la ribellione covava da tempo contro le politiche europee di austerità che avevano contribuito a mettere in difficoltà il governo francese e a fare precipitare a livelli mai visti i consensi al Presidente della Repubblica, François Hollande. Adesso le ostilità sono state dichiarate, anche se non è ancora guerra e, c’è da sperarlo, non ci sarà tra Francia e Germania. E non solo perché questo evocherebbe il fantasma di un tragico passato, ma perché farebbe venire meno del tutto quell’asse franco – tedesco che ha fatto crescere negli anni il processo di integrazione europea, salvo indebolirsi man mano negli ultimi tempi, a partire dall’unificazione tedesca del 3 ottobre 1990: quattordici anni fa, un anniversario passato sotto silenzio.

Il governo francese ha deciso di non rispettare i vincoli di bilancio del Patto di stabilità, e in particolare la soglia del 3% del rapporto deficit sul prodotto interno lordo (PIL), rinviandone la realizzazione al 2017, dopo avere già ottenuto una deroga alla scadenza prevista con un rinvio all’anno prossimo.

La decisione non è piaciuta ad Angela Merkel e ai suoi sostenitori falchi, olandesi e finlandesi, ma ha acceso qualche debole speranza in Paesi come, Portogallo, Grecia e Irlanda e fatto scattare l’allarme nella nuova Commissione europea, ancora sotto esame davanti al Parlamento europeo, dove crescono i malumori del partito socialista e cominciano a delinearsi tensioni sulla nomina del commissario spagnolo e di quello inglese, con la probabilità che altri ancora finiscano nella lista dei “rimandati”.

Intanto il neo – presidente Juncker sta cercando di blindare la situazione, commissariando il suo collega francese e sottoponendolo al controllo del suo vice – presidente falco, il finlandese Jirky Katainen, molto vicino – se non esecutore – della Cancelliera tedesca che, dopo avere stravinto nella composizione dei nuovi vertici comunitari, ha tutta l’aria di non fidarsi del commissario socialista francese, Pierre Moscovici, ritenuto di cultura economica “lassista” e troppo sensibile agli interessi francesi.

La “nuova Europa” che sarebbe dovuta nascere dopo le recenti elezioni del Parlamento europeo rischia, ancora prima dell’inizio ufficiale della prossima legislatura il 1° novembre, di affondare in una palude che a qualche osservatore ha fatto intravvedere una seria minaccia per il futuro dell’Unione, oggi più disunita che mai.

Viene da chiedersi che farà l’Italia in questo intreccio di interessi divergenti e di sospetti reciproci. Il governo italiano, nonostante le difficoltà finanziarie in cui galleggia, non sembra voler seguire a ruota il gemello francese, mantenendo l’impegno sul contenimento del deficit e puntando invece ad una flessibilità nell’esecuzione del “fiscal pact” sulla progressiva riduzione del debito pubblico consolidato. Perché qui sta il punto e la divergenza tra Francia e Italia: la prima in grande difficoltà a contenere il deficit, oggi al 4,4% sul PIL, la seconda in estrema difficoltà a ridurre il suo colossale debito, non solo per il suo ammontare complessivo (non molto maggiore di quello francese) quanto piuttosto per il peso degli interessi – quasi 90 miliardi di euro all’anno – visto lo “spread” italiano superiore di 100 punti rispetto a quello francese.

Difficile in queste condizioni così diverse immaginare un’alleanza franco – italiana di fronte alla Germania e ancor meno la sostituzione dello storico, anche se consunto, asse Parigi – Berlino. Una situazione che lascia, per ora, Angela Merkel in posizione di forza, sempre più sola al timone dell’UE. Troppo sola perché tutto possa continuare senza contraccolpi e sorprese: è ormai in atto una crisi politica che potrebbe avere conseguenze devastanti se non recuperata rapidamente. E non può pensarci solo Mario Draghi con le sue supplenze alla politica.

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