La guerra è sempre una sconfitta

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E così, di esitazione in rinvio, siamo in guerra, proprio qui, ai nostri immediati confini, come ci era accaduto con i Balcani quando, già   allora, con dubbio senso della legalità   internazionale, la Lega si era schierata dalla parte di Milosevic mostrando, come oggi, più di un’incertezza verso dittatori criminali.
Siamo in guerra nei cieli della Libia a cent’anni esatti dalla nostra invasione coloniale, quando qualcuno delirava per l’Italia imperiale: un anniversario che potevamo risparmiarci e che oggi non puಠnon imbarazzarci, viste anche le nostre recenti genuflessioni ai piedi di Gheddafi.
Adesso che da giorni nei cieli del Mediterraneo hanno preso a volare aerei militari, non senza confusione di colori e di responsabilità   di comando, e si sono ingrossate le ondate di profughi sulle coste italiane, bisogna cercare di capire come siamo arrivati a questo punto e quali potranno essere gli esiti del conflitto in corso.
L’onda di libertà   che aveva travolto prima la Tunisia e poi l’Egitto, seguite da turbolenze oggi troppo trascurate in Barhein e Yemen e da sommovimenti in Siria, sembrava aver messo seriamente in difficoltà  , e in modo del tutto inaspettato, anche il quarantennale regime dittatoriale di Gheddafi in Libia. Troppo affrettatamente tutte queste turbolenze erano state assimilate tra di loro e troppo tardi si è capito che si trattava di situazioni diverse, da affrontare in modo diverso.
Così, troppo tardi si è deciso di intervenire in Libia, mescolando interessi diversi con la proclamazione di valori comuni, con Francia e Gran Bretagna smaniose di guidare le operazioni militari sulla base di una risoluzione dell’ONU, troppo liberamente interpretata, e adottata con l’accordo esitante degli USA, un mezzo impegno della Lega araba e l’astensione nel Consiglio di sicurezza della Russia e della Cina, alle quali si sono aggiunte Germania e India.
Sulla base di quella risoluzione, dai vincoli non del tutto chiari, è nata la coalizione dei «volenterosi»: ad essa, malvolentieri e senza una propria capacità   di iniziativa, si è aggregata l’Italia, obbligata ad essere presente per la sua posizione e i suoi interessi nel Mediterraneo, ma imbarazzata dalla sua storia e dal suo tradizionale contorsionismo diplomatico che anche in questa occasione sta dando il peggio di sà©.
Quali gli esiti di questo conflitto che continua a fare vittime e a provocare pesanti conseguenze migratorie sulle sponde italiane? àƒÆ’à¢â‚¬° presto per dire chi ne uscirà   vincitore, ma è già   possibile dire chi è stato sconfitto: sicuramente un dittatore che, quand’anche salvasse il salvabile in Libia, difficilmente potrà   rientrare nella comunità   internazionale. Soprattutto è stata sconfitta la politica, non solo quella italiana ed europea, ma anche quella degli altri attori internazionali
Non ha brillato l’ONU, nà© per tempismo nà© per chiarezza di orientamenti, si sono mostrati esitanti gli USA, sono rimaste alla finestra Russia e Cina pronte a rammaricarsi e a dissociarsi al primo mutar di vento, incerta la Lega araba, assente l’Unione africana.
àƒÆ’à¢â‚¬° rimasta in attesa di essere chiamata in servizio la NATO, come adesso sta avvenendo su pressante richiesta dell’Italia, e si sono mostrati clamorosamente divisi i Paesi dell’Unione Europea, per la verità   non chiamata in causa dai «volenterosi», consapevoli che in materia militare le sue competenze sono pressochà© nulle, salvo pronunciamenti all’unanimità   dei Ventisette. Tra questi, fin dal primo momento, si è dissociata la Germania, ad opera di una Merkel in perdita di leadership nel suo Paese – come hanno dimostrato ancora le ultime elezioni – ma anche in Europa dove stenta a raccogliere consenso attorno alle sue proposte, come sta avvenendo per il suo «Patto di competitività  ».
Resta da dire di Regno Unito e Francia: per entrambe è difficile vincere il sospetto di sostanziosi interessi negli approvvigionamenti energetici e di ripresa di ruolo nel Mediterraneo, in particolare per quando riguarda i francesi usciti male dalla vicenda tunisina e non particolarmente amati nel resto del Maghreb. Se a questo si aggiunge l’esasperato protagonismo populista di Sarkozy, anche lui bisognoso di consenso in vista delle prossime elezioni presidenziali, allora il sospetto trova indizi sempre più convincenti.
E che dire dell’Italia in tutta questa vicenda? Le è accaduto e le sta accadendo quanto è inevitabile per un Paese, già  »potenza» da un pezzo impotente, e adesso priva di una sua politica estera. Stiamo passivamente nella NATO seguendo docilmente gli USA, come in Afghanistan, ma contemporaneamente corteggiamo l’»amico Putin», non brilliamo per iniziativa all’interno dell’Unione Europea e, fino all’ultimo, evitiamo di «disturbare» Gheddafi, arrivando anche ad essere addolorati per lui mentre sta ammazzando i suoi cittadini, inondandoci di profughi.
Come si vede, prima ancora che la guerra finisca, è già   lunga la lista degli sconfitti: a cominciare dalla politica e dalla diplomazia che, ad ogni livello, non ha saputo negoziare e prevenire il conflitto e, una volta che questo è scoppiato non si è fatta trovare pronta a cercare una soluzione negoziale prima di fare ricorso alle armi.
Perchà© la guerra, chiunque la vinca, è sempre una sconfitta: della tolleranza e della ragione prima e dei diritti umani poi. Come sta accadendo in questi giorni ai nostri confini.

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