La democrazia sulle due sponde dell’Atlantico

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L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti solleva interrogativi contrastanti, in particolare sullo stato di salute della democrazia in entrambe le sponde dell’Atlantico.

Mentre è sicuramente una buona notizia per la democrazia la vittoria di Biden, lo è meno la situazione che si è venuta a creare all’indomani dell’esito elettorale, con il rifiuto di Donald Trump di riconoscere la sua sconfitta e consentire un serena transizione alla Casa bianca. Qualcosa sembra non funzionare nella più antica e più grande, India a parte, democrazia del mondo e non solo il farraginoso sistema elettorale congegnato, come spesso accade anche dalle nostre parti, per favorire una parte contro l’altra.

Quando in una democrazia si insinua il virus della violenza, si alimentano conflitti razziali, saltano le regole della convivenza pacifica e non funziona la normale politica vuol dire che il diffuso malessere della democrazia americana sta diventando una malattia, si spera non letale. I giorni che verranno ci diranno quanto gravi siano i sintomi avvertiti in questa congiuntura e come si riuscirà a trovare una terapia.

Questo non riguarda solo l’America. Anche l’Europa, che oltre due secoli fa contribuì non poco a dar vita a forme di democrazia al di là dell’Atlantico, deve adesso cogliere l’occasione del malessere americano per formulare una diagnosi sulla propria vita democratica, per salvaguardarne il futuro e  tornare a fornire qualche spunto utile  all’alleato d’oltre Atlantico.

La democrazia moderna ha una storia lunga e complessa, alimentata dal  pensiero illuminista – complessivamente europeo, prima stimolato dalla cultura inglese e poi diffuso da quella francese – e sviluppatasi nei due secoli scorsi non senza involuzioni e gravi cadute, come nella prima metà del XX secolo, con i regimi dittatoriali che l’hanno segnata e le tragiche conseguenze che conosciamo. Come dire che la vecchia Europa ha qualche esperienza da condividere e non poche riforme da intraprendere al suo interno, tanto ai livelli nazionali che a quello europeo. Nell’Unione Europea resta pericolosamente incompiuto il cammino verso una “democrazia tra le nazioni”, la sola che potrà legittimare una “sovranità europea” e un’effettiva cittadinanza comunitaria, argini alle pressioni nazional-populiste tutt’altro che spente.

Perché questo avvenga è necessario ripensare l’assetto istituzionale dell’UE, semplificandone la struttura, rafforzando i poteri del Parlamento europeo e quelli della Commissione e mettendo un freno alla deriva intergovernativa che paralizza o ritarda le decisioni del Consiglio europeo, come stiamo sperimentando, tra l’altro, con la troppo lenta adozione del Recovery Fund nell’attuale situazione di emergenza. Ritardi che rafforzano nei cittadini la percezione di un sistema di ridotta efficienza, provocando ulteriore disaffezione nel nostro modello democratico e alimentando tentazioni verso una “democrazia illiberale”, come nelle antesignane Ungheria e Polonia. Per contrastare questa deriva è importante l’accordo appena raggiunto tra Parlamento europeo e Consiglio per condizionare l’accesso ai Fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, messo in pericolo in casa nostra.

Riflessioni che si impongono sul funzionamento delle democrazie nazionali, anch’esse in precaria salute come rivela impietosamente l’irruzione del virus da Covid-19, mettendo a soqquadro i rapporti tra poteri centrali e locali, tra lo Stato e i cittadini. L’Italia non ne è il solo esempio, ne sa qualcosa il bonapartismo in Francia e i contrasti tra poteri in un Paese federale o come la Germania, protetta però dalla forte legittimità di Angela Merkel, ma anch’essa chiamata a rivedere la distribuzione dei poteri.

Come dire che ovunque, sulle due sponde dell’Atlantico venuto il momento di dare un nuovo respiro alle nostre democrazie, prima che vengano ricoverate in terapia intensiva, quando potrebbe essere tardi.

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