La “coperta corta” del mercato del lavoro europeo

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La situazione occupazionale nell’Unione Europea è in leggero ma costante miglioramento, perlomeno dal punto di vista quantitativo. Nel corso del 2006 sono stati creati circa 3 milioni di nuovi posti di lavoro (2 milioni dei quali nella zona euro), mentre per l’intero periodo 2006-2008 sono previsti 7 milioni di nuovi posti di lavoro nell’UE (5 milioni nell’area dell’euro), fatto che corrisponde a un tasso di creazione di posti di lavoro quasi doppio di quello del triennio precedente nella zona euro e superiore di tre quarti rispetto a quello registrato nell’intera UE.
Gli ultimi dati forniti da Eurostat registrano un tasso medio di disoccupazione sceso al 7,1% sia nella zona euro sia nell’UE a 27 Stati, circa un punto percentuale in meno di quanto rilevato un anno prima, quando il tasso era dell’8% in entrambe le aree. Nell’ultimo anno, ben 22 Stati membri hanno registrato un calo della disoccupazione e solo quattro un incremento, con buone prestazioni anche in molti nuovi Stati membri. Il tasso di disoccupazione maschile è sceso al 5,9% nell’area dell’euro (dal 6,9% del 2006) e al 6,3% nell’UE a 27 (dal 7,3% del 2006), quello femminile ha invece raggiunto l’8,6% nella zona euro (era del 9,3% un anno fa) e l’8,2% nell’UE-27 (8,9% nel 2006). In generale, Eurostat stima che nell’UE il numero di donne e uomini occupati abbia raggiunto i 207 milioni circa (140 milioni nella zona euro), mentre quello dei disoccupati sia sceso a 16,7 milioni (10,6 milioni nella zona euro).
Buone prestazioni, dunque, che mostrano i primi risultati delle riforme avviate con la Strategia di Lisbona su crescita e occupazione, sostengono le istituzioni europee che ammoniscono perಠsulla necessità   di non abbassare la guardia, perchà© l’UE è ancora al di sotto delle sue possibilità   e permangono forti divergenze, in particolare tra uomini e donne, giovani, cittadini comunitari e non, nonchà© tra regioni europee.
Rispetto alla parità   di genere, ad esempio, se è vero che la differenza del tasso di occupazione tra donne e uomini è diminuita del 2,6% in cinque anni, attestandosi oggi intorno ai 15 punti percentuale, così come il tasso di disoccupazione delle donne scende a un ritmo più elevato di quello degli uomini, le differenze restano perಠforti a svantaggio delle donne: guadagnano in media il 15% in meno rispetto agli uomini a parità   di prestazioni; sono più soggette a disoccupazione di lunga durata; subiscono maggiormente il peso della flessibilità   (quasi un terzo delle donne lavora part-time, contro il 7,7% degli uomini, mentre quasi il 15% ha un contratto a tempo determinato, circa un punto in più degli uomini); hanno maggiori difficoltà   a conciliare vita familiare e professionale (il tasso di occupazione scende di 15 punti percentuale quando hanno un figlio mentre quello degli uomini sale di 6 punti); restano concentrate in pochi settori lavorativi e in mansioni di qualifica medio-bassa; sono a maggior rischio di povertà  . Inoltre, i tassi di occupazione femminile presentano grandi differenze tra Nord e Sud europei, passando ad esempio da oltre il 70% in Danimarca e in Svezia al 34% circa di Malta.
Per quanto riguarda i giovani, poi, pur in leggera diminuzione, la disoccupazione resta molto elevata con tassi quasi doppi rispetto a quelli generali. Al di sotto dei 25 anni, infatti, il tasso medio di disoccupazione è del 15,7% nella zona euro e del 16,1% nell’UE-27 (un anno fa erano rispettivamente del 16,7% e 17,6%), con differenze rilevanti perಠtra i vari Stati membri: si va dai tassi minimi di Paesi Bassi (5,9%) e Irlanda (7,6%) a quelli massimi della Grecia (25,5%), ma con molti altri Paesi quali Polonia, Slovacchia, Romania, Ungheria, Italia e Francia al di sopra del 20%. Tra i lavoratori più anziani (oltre 55 anni), invece, negli ultimi anni in ben 16 Stati membri il tasso di occupazione è aumentato di almeno 5 punti percentuale e di 10 punti in Paesi come Finlandia, Ungheria e Lettonia, ma il tasso di occupazione medio di questa categoria di lavoratori (42,5% a inizio 2006) è ancora lontano dall’obiettivo di Lisbona (50% entro il 2010).
A fronte di innegabili miglioramenti quantitativi, resta poi del tutto aperto il dibattito sulla qualità   dei posti di lavoro, soprattutto di quelli creati negli ultimi anni. I cosiddetti contratti “atipici” sono sempre più «tipici», tanto che la quota di occupazione europea reclutata con tali modalità   ha ormai superato il 40% della forza lavoro dell’UE. Gli impieghi a tempo determinato riguardano circa il 14% degli occupati, mentre l’occupazione a tempo parziale ha dato dopo il 2000 un contributo alla creazione di posti di lavoro maggiore (circa il 60%) rispetto all’occupazione standard a tempo pieno.
La “modernizzazione” del mercato del lavoro, richiesta da istituzioni europee, governi, datori di lavoro e condivisa con non poche preoccupazioni dalle organizzazioni sindacali, se da un lato ha contribuito alla creazione di posti di lavoro, dall’altro ha accresciuto notevolmente la precarietà  , non solo del lavoro ma sociale in senso ampio, per le implicazioni in termini di sicurezza economica e prospettive di vita di milioni di cittadini europei. Il fatto che circa l’8% degli adulti europei occupati viva al di sotto del livello di povertà   ne è una chiara dimostrazione.
A fronte di una simile situazione generale, le istituzioni europee hanno coniato il neologismo «flexicurity» (flessicurezza in italiano), quasi un dogma per l’esecutivo europeo e, contemporaneamente, un problema per i governi e soprattutto per le organizzazioni sindacali di tutta Europa. Si tratta cioè di creare un’interazione positiva tra la flessibilità   del lavoro e la maggiore sicurezza dei lavoratori, innalzando il livello dei cosiddetti ammortizzatori sociali compatibilmente con le esigenze di bilancio nazionali: una sorta di «quadratura del cerchio» di difficile soluzione.
Secondo i sindacati europei, infatti, la flessibilità   non deve ledere la sicurezza dell’impiego e le condizioni di lavoro: la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) si dice disponibile a partecipare al dibattito sulla flexicurity «solo se al centro è posta la questione del lavoro sicuro e di qualità  » e se la flexicurity porta benefici anche ai lavoratori, oltre che alle imprese.
Il Consiglio Occupazione e Affari sociali dell’UE, in base alla linea dettata dalla presidenza di turno tedesca, nei mesi scorsi ha definito gli elementi che devono caratterizzare il «lavoro di qualità  » nell’UE: diritti dei lavoratori, partecipazione alle scelte dell’impresa, salari adeguati al lavoro svolto, sicurezza e salute sul luogo di lavoro, organizzazione del lavoro compatibile con la vita familiare.
Anche secondo i ministri europei, dunque, l’occupazione nell’UE deve essere caratterizzata da buone condizioni di lavoro e da un’adeguata protezione sociale. La traduzione di questi meritori intenti in adeguate politiche nazionali resta perà², al momento, un difficile obiettivo da raggiungere.

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