La collera della Bosnia

Tuzla, Mostar, Sarajevo sono città, nel cuore dei Balcani, i cui nomi sono legati al filo della storia e della memoria, un filo che ha percorso il Novecento. Gli accordi di Dayton del 1995 avevano messo fine a più di tre anni di guerra e violenze dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia e gettato le basi per la ricostruzione di una Bosnia unitaria e multietnica. Era un progetto complesso e ambizioso, se si pensa alle terribili ferite che quella guerra aveva causato fra le tre comunità della Bosnia, basato su un sistema federale in cui l’introduzione dell’elemento etnico avrebbe dovuto favorire l’integrazione, il dialogo, la riappacificazione e costruire Istituzioni garanti di un equilibrio politico. Così non è stato e il Paese, a vent’anni da quegli accordi di pace, diviso in due Entità autonome, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska decisamente ostili fra di loro, è oggi sull’orlo di un baratro politico, economico e sociale messo particolarmente in luce dalle manifestazioni di protesta scoppiate la settimana scorsa a Tuzla e propagatesi in altre città del Paese.

L’immobilismo e l’incapacità dei politici a far fronte alla sfida della ricostruzione, troppo spesso con la giustificazione delle divisioni etnico-religiose, la transizione verso un’economia di mercato gestita in modo poco trasparente e che ha portato alla chiusura di numerose aziende pubbliche miseramente fallite in un tentativo di privatizzazione nonché una diffusa corruzione, hanno portato il Paese e i suoi cittadini ad un livello di sofferenza, di esasperazione sociale, di disoccupazione e di assenza di prospettive future non più tollerabili. La disoccupazione tocca livelli vicini al 50% e gli stipendi nel settore privato non superano, in media, i 300 Euro al mese.

Non sono le prime manifestazioni di disagio sociale in Bosnia, ma quelle scoppiate in questi ultimi giorni, le più importanti dalla fine della guerra, si distinguono dalle altre per almeno due ragioni: la prima è che, partite da Tuzla, Sarajevo e Mostar le manifestazioni  hanno avuto, per la prima volta, timide adesioni anche in alcuni centri della Repubblica Sprska, segnando così il superamento dell’appartenenza politica, etnica e religiosa, da vent’anni alla base della gestione del potere e indirizzando l’attenzione sui problemi economici e sociali. La seconda ragione, dopo le prime manifestazioni, a volte anche violente, è che i manifestanti si stanno organizzando in assemblee di cittadini (Plenum) con tanto di richieste e proposte concrete rivolte alle Istituzioni e volte a garantire una mobilitazione permanente. Un confronto che si annuncia in tutta la sua complessità tanti sono gli interessi politici che hanno mantenuto per anni uno statu quo basato sulla paura e sullo spettro di un ritorno ad antiche ferite.

Ma sulla strada della Bosnia c’è anche, come per gli altri Paesi dei Balcani, l’obiettivo di avvicinarsi all’Unione Europea, e un giorno, di farne parte. La Bosnia è al centro di questa ancora fragile architettura di convivenza e di pace ed ogni evoluzione della situazione potrebbe portare a nuovi ed inattesi squilibri regionali. L’Unione Europea ha più volte espresso, in passato, la sua preoccupazione nei confronti dell’evoluzione politica in Bosnia, ma oggi quella preoccupazione le viene chiaramente espressa dai cittadini bosniaci stessi. Un richiamo al quale l’Unione non può permettersi di sottrarsi.

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