L’Italia guida l’opposizione alle misure ambientali europee

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«Se non ci saranno modifiche importanti del pacchetto clima a dicembre non ci potrà   essere un accordo», questa la posizione del governo italiano resa nota dalla ministra per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, durante il Consiglio dei ministri europei dell’Ambiente a Lussemburgo.
Osservando che «così com’è il pacchetto clima non va bene», la ministra italiana ha precisato: «Abbiamo tante richieste di modifiche, tra cui l’introduzione di una clausola di revisione» sulle misure di lotta alle emissioni a effetto serra.
L’idea del governo italiano è dunque di avviare un negoziato europeo per affievolire le proposte della Commissione del cosiddetto «20-20-20», cioè 20% di riduzione di Co2, 20% in più di consumi da energie rinnovabili e 20% in più di efficienza energetica entro il 2020. Secondo il governo italiano, infatti, i costi effettivi dei tagli alle emissioni di CO2 per il sistema industriale sarebbero più penalizzanti per l’industria italiana rispetto a quelle di altri Paesi.
I maggiori contrasti sulle misure ambientali tra il governo italiano e le istituzioni europee riguardano infatti i costi previsti. Gli obiettivi «20-20-20» costerebbero all’Italia 18-25 miliardi l’anno, pari a circa l’1,14% del PIL, secondo le stime del governo italiano, mentre il commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, ritiene che «la stima dei costi aggiuntivi è pari al massimo allo 0,66% del PIL, un dato che considera tutti gli elementi del pacchetto su clima ed energia: non solo gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra e per lo sviluppo delle rinnovabili, ma anche i «meccanismi flessibili» che si possono utilizzare per raggiungerli». Le organizzazioni ambientaliste, inoltre, pongono l’accento sulle ricadute positive del pacchetto che il governo italiano sembra non voler contabilizzare: secondo Legambiente, infatti, «per l’Italia l’UE stima un risparmio di 7,6 miliardi l’anno nel taglio delle importazioni di idrocarburi e di 0,9 miliardi di euro nei costi per contrastare l’inquinamento. I costi effettivi pertanto scendono fino a trasformarsi in un guadagno netto di 600 milioni di euro l’anno. Questo senza contare i benefici di lungo termine sul piano dello sviluppo di un settore innovativo come quello delle rinnovabili e di crescita occupazionale» (quasi 250.000 posti di lavoro in Italia e oltre un milione nell’UE, secondo le stime europee).
Il governo italiano guida di fatto l’opposizione europea al pacchetto «energia-clima», un fronte costituito al momento dai governi dei nuovi Stati membri Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Anche la Germania ha chiesto al Vertice di Lussemburgo che alcune disposizioni contenute nel pacchetto clima siano modificate per ridurre il rischio che alcuni settori industriali cruciali per l’economia del Paese delocalizzino le produzioni, ad esempio i settori del cemento, dell’acciaio, della chimica di base e della calce. Si tratta di comparti produttivi responsabili di una gran parte delle emissioni inquinanti ma che, secondo il governo tedesco, dovrebbero usufruire di esenzioni speciali almeno fino a quando anche gli altri Paesi concorrenti extra-UE non adotteranno precisi impegni per la lotta ai cambiamenti climatici. Il ministro per l’Ambiente tedesco, Gabriel Sigmar, osservando che «occorre ricercare un equilibrio tra le industrie europee a forte utilizzo di energia e gli obiettivi sul clima», ritiene comunque necessario trovare un accordo a livello di UE entro dicembre.

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