Ius soli in Italia e in Europa

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Tra i molti problemi cui è alle prese l’Italia, e parte dell’Europa, vi è il nodo della cittadinanza cui aspirano gli stranieri regolarmente residenti da tempo sul nostro continente. In Italia ne ha discusso, non sempre civilmente, il nostro Parlamento nei giorni scorsi, rivelando linee di frattura inaspettate tra le forze politiche italiane.

Non stupisce che a un progresso di civiltà e di diritti si opponga la destra e la Lega, che di questa area politica fa ormai chiaramente parte. Sorprende che su un tema del genere si siano astenuti i grillini, presunti difensori dei diritti individuali, confermando il sospetto di loro complicità sotterranee con la Lega e, forse, non solo in vista degli imminenti ballottaggi alle elezioni amministrative.

Sul tema del riconoscimento della cittadinanza agli stranieri nel loro Paese di regolare e stabile residenza si affrontano in Europa due opposte concezioni: quella che lega la cittadinanza al diritto del sangue (ius sanguinis), alla discendenza e alle appartenenze nazionali di origine e quella che la considera un diritto (ius soli) da riconoscere a chi risiede regolarmente e stabilmente in un Paese diverso dalla nazionalità di provenienza.

Appare subito chiaro come nel primo caso prevalga la centralità immobile nel tempo della nazione d’origine e nel secondo la possibile transizione da un’appartenenza nazionale ad un’altra, qualora ve ne siano le condizioni dettate dallo Stato di accoglienza.

Immobilità e chiusura da una parte, evoluzione e accoglienza dall’altra.

Il tema è delicato e non può esaurirsi in una facile alternativa: chiusura totale da una parte e apertura senza condizioni dall’altra. In Europa ne e è prova la varietà e l’evoluzione del diritto di cittadinanza nei diversi Paesi, dove prevale lo “ius sanguinis” e dove la cittadinanza non è a disposizione dei migranti che stanno entrando in Europa, ma solo di quanti vi risiedono da molti anni.

In Germania meno complesse e più rapide le procedure per il riconoscimento della cittadinanza, relativamente morbide in Irlanda, più complesse in Spagna e Olanda, quasi automatica la cittadinanza nazionale in Belgio per chi nasce nel Paese. E ancora: una relativa maggiore apertura allo “ius soli” in Gran Bretagna e Francia.

Quanto all’evoluzione si può registrare una progressiva transizione da una rigida concezione dello “ius sanguinis” verso una più moderna e civile adesione a elementi propri dello “ius soli”. Ne risulta complessivamente uno “ius soli” temperato a seconda della nazionalità dei genitori (quando uno di essi ha la nazionalità del Paese di residenza), della durata della presenza sul territorio di arrivo e della formazione scolastica in esso ricevuta (“ius culturae”).

Il testo della legge, attualmente all’esame del Senato italiano, prevede che siano cittadini italiani per nascita i figli, nati in Italia, di genitori stranieri, uno dei quali almeno abbia il permesso di soggiorno di lungo periodo. Possono ottenere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il 12° anno di età, che abbiano frequentato regolarmente almeno cinque anni di cicli scolastici.

Questo per semplificare un testo molto più complesso che si presta sicuramente a critiche, ma ha il merito di sbloccare una proposta di legge che giace in Parlamento dal 2013, mentre cresce la domanda di questi nuovi aspiranti cittadini, presenti da tempo sul nostro territorio, da associare nella nostra comunità, con i diritti e doveri che ne conseguono.

Si tratta di una proposta di “ius soli” temperato, molto più temperato di quanto non sia lo “ius sanguinis” che fonda il diritto del voto degli italiani all’estero, spesso ormai estranei alla vita della nostra comunità e troppo spesso usati come serbatoi di voti nostalgici per un’Italia che non c’è più, mentre si nega il voto a chi sta costruendo adesso con noi l’Italia di domani.

Una contraddizione sulla quale riflettere: non l’unica di questa nostra Italia, ma sicuramente una di troppo in una società multiculturale come la nostra.

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