ITALIAEUROPA: più che mai in una parola sola

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Quando nel corso dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia in molti ci impegnammo a riscoprire la storia e i valori fondanti del nostro Paese e valutare lo stato di salute della nostra coesione nazionale, qualcuno di noi pensò che fosse interessante provare a saldare quell’anniversario con uno più recente, quello dei 60 anni dell’avventura comunitaria europea, avviata nel 1951 con la creazione della “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” (CECA).

Sintetizzammo quella proposta di “lettura comparata” della nostra storia con un titolo: Italiaeuropa, in una parola sola, per esprimere un legame che speravamo indissolubile tra la nostra “piccola patria” e la nostra più grande “casa comune” che da quegli anni ’60 si era andata via via allargando, fino ai 28 Paesi di questo 2013, quando a luglio ci raggiungerà la Croazia.
Oggi, appena due anni dopo quegli anniversari, molte cose sono cambiate, in Europa e in Italia.
L’Unione Europea continua a navigare a vista dentro il tunnel della crisi esplosa nel 2008, molti suoi Paesi sono in recessione economica, il disagio sociale cresce ovunque, in particolare nei Paesi dell’Europa meridionale, addirittura riprendono crescenti flussi migratori da questi Paesi verso il centro-nord dell’Europa e verso destinazioni oltreoceano.
Le Istituzioni europee si sono mostrate incapaci di rispondere alla crisi e promuovere sviluppo e occupazione, lasciando alla Banca Centrale Europea (BCE) il difficile compito di difendere l’euro e arginare le derive dei conti pubblici dei Paesi in difficoltà. Le politiche di sola austerità volute in particolare – ma non solo – dalla Germania hanno contribuito a minare la coesione comunitaria e a dare dell’Europa l’immagine di una matrigna più capace di punire che non di aiutare i Paesi in difficoltà. In questo quadro, altre crepe si sono aperte nell’UE: dalla mancata adesione della Gran Bretagna e della Repubblica Ceca al “fiscal pact”, un trattato intergovernativo che sarebbe meglio rivedere alla luce del prolungarsi della crisi economica, alla proposta del governo inglese di un possibile referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE, fino all’annuncio di una probabile chiusura delle frontiere alla libera circolazione di rumeni e bulgari, anche all’interno dello spazio di Schengen. E come se tutto questo non bastasse, il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo del febbraio scorso ha convenuto su un “Bilancio UE 2014-2020” al di sotto non solo delle aspettative, ma anche della decenza visto quello che sta capitando in un’Europa con quasi 20 milioni di disoccupati e con una persona su tre a rischio di povertà. Resta la speranza, molto fragile per la verità, che il Parlamento europeo faccia sentire la sua voce e non dia il suo accordo, necessario per l’adozione del bilancio, ad un progetto così miserabile, appena l’1% dell’intero Prodotto interno europeo.
Se male va l’Unione Europea, peggio va l’Italia. I conti pubblici hanno nel contenimento del deficit l’unico elemento positivo, non così per il debito consolidato, oltre il doppio di quello previsto dai Trattati UE e di oltre 30% superiore alla media europea, con un costo per i soli interessi di circa 90 miliardi all’anno. Particolarmente alto il tasso di disoccupazione, vicino al 12% (tradotto: 3 milioni di persone), oltre il doppio di quello tedesco, e drammatico il tasso della disoccupazione giovanile avviato a raggiungere la quota vertiginosa del 40%. Per non dire dell’incertezza della situazione politica, dopo lo sconcertante esito elettorale di fine febbraio.
In poche e chiare parole: Italiaeuropa sono ancora una volta una coppia inseparabile per le cattive condizioni dell’economia – ad eccezione di qualche Paese che da queste condizioni trae vantaggi senza restituirne – ma, più ancora, per la crisi politica che ha investito molti Paesi UE, dalla Grecia, Portogallo e Spagna all’Italia, dalla Bulgaria all’Ungheria, dove è sempre più a rischio la democrazia.
A questo punto la domanda da farsi è semplice: Italiaeuropa insieme a fondo o insieme fuori dal tunnel della crisi economica, sociale e politica?
Meglio non lasciare “ai posteri l’ardua sentenza” e dirci subito chiaramente che nulla è ancora perduto se la buona politica – quella che sa vedere lontano e perseguire il bene comune – riprende il timone di Italiaeuropa, tornando ad ascoltare la domanda dei cittadini e coinvolgendoli nella nuova ricostruzione “post-bellica” di un continente e di un Paese di macerie economiche e sociali.

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