Italia: voglia di Brexit?

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I contenziosi tra governi nazionali e Unione Europea non sono una novità. E ancora meno un’esclusiva del nostro Paese.

Due esempi tra i più significativi sono quelli della Francia del Generale Charles De Gaulle negli anni ’60 e quello del Regno Unito di Margaret Thatcher negli anni ’80, vicende ricche di insegnamenti anche per l’Italia di oggi.

Come tutti i contenziosi aiuta a capirne le ragioni e gli esiti il conflitto tra gli interessi nazionali e le esigenze del processo di integrazione europea, mettendo in luce le contraddizioni tra i valori fondativi dell’UE, come quello della solidarietà e dello Stato di diritto, e gli interessi nazionali,  molto spesso ridotti a una questione di soldi.

Nel 1965 la Francia del Generale si oppose a una proposta della Commissione europea di ampliare su alcuni temi il voto a maggioranza piuttosto che all’unanimità: in gioco, oltre alcuni aspetti istituzionali, vi erano gli interessi francesi sulla politica agricola, di grande importanza allora, come oggi, per la Francia. Il governo francese reagì con la politica della “sedia vuota”, disertando temporaneamente le riunioni del Consiglio dei ministri, salvo ritornarvi qualche mese dopo, nel 1966, grazie al “compromesso del Lussemburgo” che manteneva il voto all’unanimità – e quindi il potere di veto – quando un governo nazionale vedesse minacciati “propri interessi molto importanti”. Si trattò di un accordo politico informale che venne variamente interpretato fino a quando i successivi Trattati ampliarono notevolmente il raggio d’azione del voto a maggioranza. Allora come oggi al centro della contesa era il rispetto della sovranità nazionale confrontata al processo di integrazione europea.

Nel 1984 il Regno Unito, entrato da appena una decina di anni nella Comunità europea, aprì con il Primo ministro Margaret Thatcher una dura contesa con Bruxelles per avere indietro in suoi soldi (“I want my money back”) da un bilancio europeo accusato di danneggiare gli interessi britannici. Ancora una volta al centro del contenzioso la politica agricola comunitaria con un discutibile accordo, trovato al vertice europeo di Fontainebleau in Francia, quasi una beffa della storia. Superfluo ricordare che ancora una volta il problema di fondo era l’ostilità al processo di federalizzazione dell’Europa, da sempre contrastato nel Regno Unito, salvo avvalersi dei vantaggi di un mercato allargato sul continente. Diversamente per quanto accadde nella vicenda francese della “sedia vuota” e del “compromesso del Lussemburgo”, la contesa non si placò, ma si sviluppò negli anni seguenti fino all’azzardo di Brexit e alle crescenti incertezze di oggi sul futuro delle relazioni tra il Regno Unito e l’UE con la previsione di pesanti ricadute per i cittadini britannici, invitati nei giorni scorsi dal governo a fare scorta di medicinali e di altri generi di prima necessità prima che si alzino le frontiere.

Tutto questo non significa che la storia si stia ripetendo per l’Italia o, almeno, è troppo presto e azzardato per dirlo, ma senza dimenticare che spesso quando la storia si ripete diventa una farsa, rischio reale in questo nostro Paese in preda alla spettacolarizzazione della politica.

L’Italia che minaccia Bruxelles, cioè la “sua” Unione, non è un bello spettacolo, non sono credibili gli attori sulla scena: non Matteo Salvini che tanto piace anche all’estrema destra e inquieta l’Europa, non Luigi Di Maio che rincorre Salvini nella gara a chi la spara più grossa e sbaglia clamorosamente i numeri e vincoli del contributo dell’Italia al bilancio europeo, non il facente funzione Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che annuncia che all’atteggiamento dell’Europa ci saranno “conseguenze”. Che naturalmente ci saranno – e già ci sono – ma non sembrano positive per l’Italia che, benché sostenuta dalla Commissione europea, si è vista sbattere in faccia la porta dai una maggioranza di governi nazionali UE, con in testa i Paesi “amici” di Visegrad, Austria compresa, oggi alla presidenza semestrale dell’UE.

Per l’Italia non è ancora l’inferno, ma un purgatorio sì, simile a quello che nel canto VI del Purgatorio della Divina Commedia contiene la nota invettiva all’Italia: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!”.

Lo scriveva Dante dell’Italia del suo tempo. Che dire del nostro?

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