Italia alle prese con i vincoli europei

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Si era molto parlato e scritto in tempi non lontani dei vincoli che legano l’Italia all’Unione Europea, da qualcuno per riconoscerne i benefici per il nostro Paese, da altri per mettere in guardia dalla perdita di autonomia nel governo della cosa pubblica.

Il tema, per la verità mai abbandonato, sta tornando di attualità con l’arrivo al governo di una nuova maggioranza a forte dominante euro-scettica, almeno a parole, salvo poi allinearsi più o meno disciplinatamente sulle normative europee.

Sono state molte in questi giorni le occasioni per resuscitare il tema: dai limiti finanziari imposti alla legge di bilancio alle retromarce su alcune misure in questa contenute perché non rispettose degli impegni presi in sede comunitaria, come nel caso dell’allentamento dei limiti del pagamento elettronico.

Un fantasma si aggira adesso nei cieli, non proprio sereni, della politica italiana nei confronti dell’Europa ed è quello che va sotto il nome di “Meccanismo europeo di stabilità” (MES), erede di quel poco gradito “Fondo salva-Stati” che mise in croce la Grecia all’inizio del decennio scorso, imponendole una impietosa disciplina di bilancio per consentirle di rimanere nell’euro.

Quella misura, di cui l’UE non ha un buon ricordo e della quale sono stati riconosciuti gli eccessi,

è stata successivamente rivista, alleggerendone i vincoli, ma non abbastanza per far dormire sonni tranquilli ai governanti di quei Paesi, come l’Italia, sui quali pesa un enorme debito pubblico che rischia di minacciare la stabilità finanziaria dell’intera eurozona.

Il MES è uno strumento intergovernativo, dotato di una capacità di intervento di circa 700 miliardi di euro, da attivare in caso di crisi finanziaria di un Paese o di eventuali crisi bancarie. La sua ratifica vede inadempienti solo due Paesi: la Croazia, perché appena entrata da qualche giorno nell’euro, e l’Italia che nella moneta unica c’è fin dalla sua creazione, ma che ha rinviato di governo in governo la sua adesione al MES, aspettando di vedere che cosa avrebbe fatto la Germania. Adesso che la Corte costituzionale tedesca ha dato il suo accordo, l’Italia è arrivata alla resa dei conti in un momento particolarmente difficile per la maggioranza al governo. Due delle sue componenti, Fratelli d’Italia e Lega, hanno sempre fatto muro contro il MES che, senza la ratifica italiana, non potrà entrare in vigore nemmeno per gli altri Paesi, con una rottura nell’UE che rischia di costare cara all’Italia.

È molto probabile che questo non avverrà e che il Parlamento italiano procederà alla ratifica del MES perché lo strumento possa essere attivato nell’UE, senza per questo impegnare l’Italia a farvi ricorso.

È questo solo uno dei vincoli che legano tra loro i Paesi dell’UE: alcuni di questi sono previsti dai Trattati, altri – come il MES – da accordi tra governi nazionali, ma tutti concorrono a tessere una “sovranità condivisa”, a rafforzamento anche delle “sovranità nazionali” la cui affidabilità – non solo finanziaria – è condizione necessaria per garantire coesione e solidarietà tra partner.

Altre occasioni ci saranno di rivedere il tema dei “vincoli europei” sul tavolo a Bruxelles. È ormai imminente la riforma del “Patto di stabilità”, sospeso in occasione della pandemia, per ridefinire i parametri della disciplina di bilancio e le responsabilità nel loro controllo, con l’obiettivo di attivare misure più flessibili in considerazione delle particolarità dei singoli Paesi, senza lasciare tuttavia troppi margini di manovra ai singoli governi.

Per l’Italia un’altra occasione per dimostrare, al di là delle parole in libertà usate in una campagna elettorale di forte “sapore sovranista”, quale sarà la nostra capacità di mantenere gli impegni con l’Europa e di guadagnarne credibilità.

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