Israele e Palestina: la pace impossibile

In un Medio Oriente sempre più instabile, percorso da vecchie e nuove guerre che rimettono in discussione equilibri e pace non solo nella regione, il conflitto israelo – palestinese, che dura ormai da quasi settant’anni, sembra ormai un conflitto dimenticato, di fronte al quale la comunità internazionale sembra anche essersi arresa dopo i tanti tentativi di portare a termine un ormai illusorio processo di pace. L’ultimo tentativo diplomatico voluto dagli Stati Uniti è terminato a fine aprile, senza un calendario o una prospettiva di ripresa. Rimangono solo le forti parole di Papa Francesco, il quale, durante la sua recente visita in Terra Santa ha invitato ad una preghiera comune per la pace, accogliendo a Roma il Presidente israeliano e il Presidente palestinese. Malgrado il loro commovente abbraccio di fronte al mondo, le rispettive posizioni rimangono quasi inconciliabili. È ormai chiaro che il Governo israeliano non vuole che la Palestina diventi uno Stato e per questo non si ritira dai Territori occupati e continua a sostenere la creazione di nuove colonie ebraiche. Si tratta di condizioni essenziali affinché i negoziati di pace possano effettivamente iniziare e poggiare su solide basi. I Palestinesi, dal canto loro, indeboliti da tanti anni di un irrisolto conflitto, cercano di ricucire le loro divisioni interne e, attraverso il loro riconoscimento a varie Agenzie dell’ONU, tentano di mantenere vivo l’interesse dell’opinione pubblica internazionale nei loro confronti.

Ma al di là dei falliti tentativi della diplomazia, si stanno facendo strada altri strumenti per convincere lo Stato di Israele a rispettare il diritto internazionale. In primo luogo va segnalata l’iniziativa internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), lanciata da numerose organizzazioni palestinesi nel 2005 e oggi adottata in molti Paesi. La campagna prevede “misure punitive non violente (…) da mantenere fino al momento in cui Israele non farà fronte ai suoi obblighi di riconoscere il diritto inalienabile dei Palestinesi all’autodeterminazione e di rispettare completamente le norme internazionali”. Le misure proposte sono di tre tipi: boicottaggio dell’economia e dell’ Istituzioni israeliane, ritiro degli investimenti stranieri in Israele e sanzioni contro lo Stato di Israele e i suoi dirigenti. Una campagna che sembra riscuotere, in questi ultimi tempi, un certo successo se si pensa che vi hanno aderito, ad esempio, il fondo sovrano della Norvegia, uno dei principali fondi pensione olandesi, i Governi tedesco e francese, e altri prestigiosi Istituti culturali e di ricerca, in ragione della presenza e delle attività israeliane nelle colonie.

Ma non solo, l’Unione Europea, nel luglio 2013 ha adottato una direttiva che prevede, per quanto riguarda gli accordi firmati tra lo Stato di Israele e l’UE l’indicazione esplicita che l’accordo non si applica ai Territori occupati da Israele dal 1967, vale a dire in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, nella Striscia di Gaza e nelle alture del Golan. Entrata in vigore nel 2014, la direttiva è già applicata da Francia, Germania e Regno Unito, Paesi ai quali si sono aggiunti la settimana scorsa anche Spagna e Italia.

Sono misure che inviano un messaggio chiaro per sottolineare che la comunità internazionale non considera i Territori occupati come parte di Israele, isolandolo sempre più nella sua ostinata politica di avversione alla pace.

Purtroppo l’attualità di oggi ci porta l’uccisione, assolutamente da condannare, dei tre ragazzi israeliani rapiti alcuni giorni fa in Cisgiordania. Israele prevede forti reazioni nei confronti dei Palestinesi, ritenuti responsabili dell’omicidio. Un grave episodio che segna un ulteriore passo indietro per la pace, tanto necessaria affinché proprio queste tragedie, da una parte e dall’altra, possano avere fine.

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