Il nuovo che non avanza

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Resta desolante il paesaggio della politica italiana. Dopo i tempi del “bunga bunga” in molti avevano sperato che il mandato di governo offerto da Giorgio Napolitano a Mario Monti consentisse di risanare il Paese devastato da troppe stagioni di malgoverno, alla politica di rigenerarsi e ai cittadini italiani di riavvicinarsi con fiducia alle Istituzioni repubblicane. Purtroppo non sta andando così: la vecchia Italia continua a sprofondare nella melma della corruzione, l’economia ad andare di recessione in recessione, il debito pubblico ad ingigantirsi, il welfare a perdere colpi e, anche più grave,  i suoi cittadini a sopravvivere rassegnati a un destino che tale non è, ma così sembra sia ormai considerato da molti. Spesso è così che deperiscono e muoiono le democrazie, giorno dopo giorno, quando nessun soprassalto di novità e di discontinuità si manifesta e il vecchio continua ad avanzare.

Ne abbiamo avuto ancora la prova la settimana scorsa quando è tornato a farsi vivo l’ex-presidente del Consiglio per raccontarci le grandi cose realizzate nel suo quasi ininterrotto ventennio di potere – una stagione troppo lunga, che all’Italia non portò bene nel secolo scorso – attribuendosi meriti da favola, una pretesa “autorevolezza” internazionale che ha messo alla berlina l’Italia, politiche in favore della gente proteggendola dal fisco quando non invitandola all’evasione, proprio mentre andava egli stesso  facendo lievitare le tasse. Già che c’era quest’uomo, venuto dal passato, ci ha anche raccontato di come avesse difeso gli interessi dell’Italia in Europa spiegando ai suoi colleghi Capi di Stato e di Governo dell’UE, lui imprenditore di successo, che cosa bisognasse fare per salvaguardare l’economia europea, cominciando a liberarsi dall’imbroglio dell’euro (salvo non ricordare il tasso di cambio con la vecchia lira), proprio mentre tutti o quasi in Europa non vedevano l’ora di liberarsi di lui. Che adesso si sogna di liberarsi della Germania, evocandone la possibile uscita dall’euro e dimenticando che il suo ingresso nella moneta unica, con la rinuncia al marco, suggellò il patto per una nuova Europa all’indomani del crollo del Muro di Berlino, quando più d’uno temeva che l’unificazione tedesca potesse preludere a una nuova egemonia della Germania sul continente liberato dall’ipoteca sovietica. Dal vecchio che avanza si potrebbe almeno pretendere qualche barlume di memoria di quel “secolo breve”, ancora troppo poco abitato dai giovani di oggi.

Al ritorno del vecchio che si aggrappa al passato non sembra dare per ora risposte convincenti il nuovo di cui avremmo bisogno. I recenti scandali – e i prossimi che incombono – dalle Regioni in giù hanno spesso volti giovani, gente arrivata in questi ultimi anni alla politica e dintorni, magari dalla mitica “società civile” come nel caso della Polverini, ma già immersa nella cultura delle clientele, talvolta anche più arrogante di prima. Se è questo il nuovo che avanza, allora quando lo vedrete arrivare ditegli che non ci siamo, per parafrasare l’indovinato titolo di un libro. Non ci siamo per evitare di fare finta che così sia meglio e per non rinunciare a dire a questi pretesi  “giovani” tutto quello che pensiamo di loro, specie quando non ci dicono chiaro che cosa intendono fare dopo avere “rottamato” l’esistente.

E la stessa franchezza, otre che riconoscenza, dovremo usare con il “non giovane” Mario Monti, al quale il Presidente Napolitano ha consegnato un’Italia  in macerie e  che la settimana scorsa da New York ci ha mandato a dire, nemmeno tanto tra le righe, che se le condizioni lo richiedessero potrebbe restare a servizio del Paese, come e con quali funzioni non è ancora chiaro. Forse avremmo preferito non ce lo dicesse nella trasferta americana per rassicurare il mondo e i mercati, perché tocca agli elettori italiani dire democraticamente a chi affidare le redini di questo strano Paese, evitando di pensare che il voto popolare sia ormai inutile e disertando pericolosamente le urne e, con esse, quello che resta della democrazia.

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