Il lungo cammino dei Paesi dei Balcani occidentali

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Sono molti i Vertici, da quasi vent’anni a questa parte, che segnano il percorso del dialogo con i sei Paesi dei Balcani occidentali che vorrebbero venir a far parte dell’Unione Europea. Ultimo Vertice, informale, quello organizzato dalla Presidenza slovena a Brdo il 6 ottobre scorso, che ha riunito i Capi di Stato e di Governo dei 27 stati membri e i leader di Albania, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Kosovo e Macedonia del Nord. 

Un lungo cammino in cui i cambiamenti avvenuti o in corso a livello internazionale non hanno risparmiato questa regione, considerata incrocio strategico agli immediati confini orientali dell’Unione e dove i postumi delle ultime guerre di trent’anni fa sono ancora presenti e pesano tuttora sulla stabilità e sulla pace. 

Ma ancora una volta l’Unione Europea non è stata in grado di offrire ai suoi partner una prospettiva chiara, condivisa e politicamente vincolata ad una data per il loro rispettivo ingresso nell’Unione. Leggendo la dichiarazione comune adottata a Brdo, ci si accorge che la parola “allargamento” appare assai timidamente nel testo, lasciando trasparire che il processo di avvicinamento all’UE è ancora lungo e tortuoso. Le divisioni degli Stati membri al riguardo si riflettono costantemente sulla lentezza di questo processo, con Paesi quali la Croazia, la Slovenia, la Grecia, la Repubblica ceca e l’Italia che vorrebbero accelerare e altri, in particolare la Francia, i Paesi Bassi e la Spagna più inclini ad una maggiore prudenza. Sono divisioni che, dopo l’ingresso della Croazia nel 2013 rispondono, in particolare, ad un quesito irrisolto da anni: quale priorità fra allargamento e riforme interne all’UE?

Ad oggi, i negoziati di adesione sono stati aperti solo per la Serbia e il Montenegro, mentre Albania e Macedonia del Nord sono in attesa di avviare i negoziati; Bosnia Erzegovina e Kosovo hanno ancora lo statuto di “potenziali candidati”. Le riforme richieste per aderire all’Unione portano sul consolidamento della democrazia  e dello Stato di diritto, sul rispetto dei diritti umani  e dei valori fondamentali, come pure sulla lotta contro la corruzione e lo sviluppo economico e sociale. In gioco la stabilità politica dell’intera regione e il necessario superamento delle linee di frattura che ancora condizionano i rapporti fra alcuni Paesi.

L’Unione Europea è il principale partner economico e commerciale dei Balcani occidentali. Nel sottolineare ancora una volta l’interesse strategico che rappresentano, Bruxelles ha presentato un piano economico e di investimenti di circa 30 miliardi di Euro per la regione per i prossimi sette anni, con l’obiettivo di stimolare le riforme democratiche e la ripresa socioeconomica, di sostenere la transizione verde e digitale, di rafforzare l’integrazione regionale e di consolidare la convergenza con le politiche dell’UE, in particolare per quanto riguarda il clima. 

Una risposta finanziaria che, per quanto sostanziosa, non risponde tuttavia alle grandi sfide che attraversano la regione e che la collocano al centro di nuovi interessi geostrategici sempre più evidenti. La fragile presenza dell’Europa e dei suoi valori e la mancanza di solide prospettive di adesione stanno rafforzando le mire di altri attori, quali Cina, Russia e Turchia. Ne è un esempio significativo il rapporto che la Serbia sta stringendo sempre più con la Cina in termini economici, aprendo così la strada a Pechino verso il Nord dell’Europa. 

Ma non solo, i Paesi dei Balcani sono diventati un corridoio per flussi migratori, flussi che si svolgono nell’assenza di protezioni e di una qualsiasi attenzione da parte dell’Europa. Eppure, al riguardo, tra prospettive di alzare muri e di srotolare filo spinato, si stanno consumando, alle nostre frontiere orientali, gravi violazioni dei diritti dell’uomo.

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