Il diritto internazionale sotto le bombe russe

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Le bombe russe in Ucraina non distruggono solo vite, ospedali e palazzi; minacciano anche il diritto e le Istituzioni internazionali, nate all’indomani della Seconda guerra mondiale per salvaguardare una pace conquistata a prezzo di milioni di morti. Anche in questo modo si distrugge la pace e già molte ne sono state le vittime, in particolare nel patrimonio del diritto internazionale violato dall’invasione russa.
Tra queste vittime una ha sede in Europa, a Strasburgo, ed è il Consiglio d’Europa. Creato il 5 maggio 1949 – appena un mese dopo la nascita della Nato (Organizzazione del Trattato Nord- Atlantico) – questa Istituzione internazionale ha il compito di salvaguardare il patrimonio comune di ideali degli Stati membri e garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e dell’ordinamento democratico. Vi aderirono fin dall’inizio i Paesi che nel 1951 crearono la prima Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), ad eccezione della Germania che vi entrò nel 1950. Oggi i Paesi membri, dopo l’uscita della Russia sono 47, mentre ne fa parte l’Ucraina.
Si tratta di un’Istituzione da non confondere con il Consiglio europeo dei 27 Capi di Stato e di governo dell’UE, massimo organo decisionale politico dell’Unione Europea, non solo perché diverse sono le sue componenti, ma soprattutto per le sue limitate competenze e capacità operative di intervento. Al suo interno la vita non è sempre stata tranquilla: Paesi come la Russia e la Turchia sono spesso stati richiamati al rispetto delle regole convenute, purtroppo senza grandi risultati.
Un particolare rilievo rivestono all’interno del Consiglio d’Europa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), chiamata sempre più spesso a verificare il mancato rispetto dello Stato di diritto da parte dei Paesi membri.
L’uscita dal Consiglio d’Europa della Russia – decisa da Putin per evitare di esserne espulso – non è il solo caso di turbolenze all’interno del mondo interconnesso delle sedi internazionali di dialogo e di negoziazione: altre non meno dirompenti si annunciano nelle Agenzie dell’ONU e dintorni. E’ il caso, tra gli altri, dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC/WTO) e del Fondo monetario internazionale (FMI), snodi importanti per scambi commerciali e finanziari fuori dai quali si rischia un progressivo isolamento nel mondo.
Tra le Istituzioni internazionali una in particolare merita di essere segnalata nella congiuntura attuale: è la Corte penale internazionale, con sede all’Aja, entrata in vigore nel 2002: vi aderiscono oggi 123 Paesi, tra questi non vi sono tre membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Si tratta di assenze pesanti, che non mancheranno di impattare sull’annunciata inchiesta per crimini di guerra contro la Russia di Putin che, nelle condizioni attuali, potrà evitare eventuali sanzioni.
Stiamo assistendo alla progressiva demolizione di quell’ordine internazionale costruito con fatica all’indomani della Seconda guerra mondiale che ha trovato la sua traduzione nell’Organizzazione della Nazioni Unite (ONU), creata nel 1945 per rafforzare la pace e salvaguardare i diritti umani.
Nel tempo l’ONU si è progressivamente rivelata uno strumento inadeguato, indebolito dalla pratica del “veto” abbondantemente utilizzato da parte dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, della Russia e della Cina in particolare.
Un segnale che avrebbe dovuto averci avvertirci da tempo che il diritto internazionale si andava logorando. C’è da sperare che grazie all’aggressione russa all’Ucraina lo abbiamo finalmente capito.

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