Il braccio di ferro tra Navalny e Putin

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Alexei Navalny è tornato in Russia il 17 gennaio scorso, dando prova di coraggio, di coerenza nella sua lunga battaglia contro la corruzione e intenzionato a sfidare fino in fondo un sistema di potere ben consolidato e ben attrezzato contro proteste e opposizioni.

Appena atterrato a Mosca, di rientro dalla Germania dove è stato salvato da un inquietante avvelenamento nell’agosto scorso, Navalny è stato arrestato e condotto in carcere. Un’operazione che ha fatto scattare l’indignazione fra la popolazione, dando vita a manifestazioni che si sono tenute in tutta la Russia, da San Pietroburgo a Mosca fino a Vladivostok. 

Non è certamente la prima volta che appaiono in Russia, nel corso degli ultimi anni, tentativi di protesta della società civile contro il potere e contro Putin, ma queste ultime manifestazioni sembrano più mature, più estese, più determinate, più decise a chiedere, dopo vent’anni di potere di Putin, un cambio di passo. La richiesta di liberazione dell’oppositore Navalny, che dopo l’avvelenamento e la reclusione, gode di una maggiore visibilità e popolarità nel Paese, si è allargata a una protesta che tocca non solo la lotta alla corruzione, ma anche il costante peggioramento delle condizioni di vita della popolazione e la gestione problematica della pandemia di Covid. La reazione estremamente violenta del Cremlino non si è fatta attendere, con l’arresto di più di 5.000 persone nell’ultima manifestazione e l’obiettivo di spegnere le proteste nel più breve tempo possibile. 

La posta in gioco per Putin non è da poco: a settembre si terranno le elezioni legislative e per il Presidente è di primaria importanza difendere una maggioranza per il suo partito, Russia Unita, nella Duma, la camera bassa del Parlamento russo. Ed è appunto per blindare le elezioni che la Duma stessa, in una frenetica attività a fine dicembre 2020, ha adottato una serie di leggi repressive che introducono pesanti restrizioni alle proteste politiche e alle manifestazioni e rendono ancora più severa la censura nei confronti dei social media e dei giornalisti. Una vera e propria guerra aperta non solo nei confronti dell’opposizione e del dissenso, ma dell’insieme della società civile.  

E’ una situazione di grande tensione e di grande preoccupazione per l’evoluzione che potrà avere il rapporto fra potere e cittadini in Russia, una situazione che chiama direttamente in causa anche l’Occidente, Stati Uniti e Europa in particolare, non solo per la difesa di valori fondamentali ma anche per le prospettive che si aprono di nuovi scenari internazionali e multilaterali, in cui anche la Russia è e sarà attore imprescindibile. 

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il democratico Biden ha già segnato un cambiamento di rotta rispetto alla precedente Amministrazione Trump, oscillante fra ambiguità e controverse posizioni bilaterali. Biden non ha infatti esitato a chiamare Putin e a mettere sul tavolo le numerose questioni lasciate in sospeso dal suo predecessore. E’ stata  l’occasione per esprimere viva preoccupazione per l’avvelenamento di Navalny e di viva condanna per la repressione delle proteste nel Paese, dando cosi’ il tono di quelle che saranno le future relazioni dei due attori nel futro prossimo.

Anche l’Europa ha espresso la sua preoccupazione e, in attesa di nuove decisioni, ha rinnovato le sanzioni già in corso contro la Russia.  In gioco ci sono valori irrinunciabili da difendere. Ma l’Europa, al contrario degli Stati Uniti, ha difficoltà a trovare una visione comune al suo interno :  dalle diffidenze e dalle paure costantemente espresse dai Paesi membri dell’Est, alle aperture di altri Paesi come l’Italia, fino alla Germania che con la Russia ha significativi legami economici e sensibili interessi geostrategici.

Tutto questo ci indica quanto stia diventando tesa la situazione in Russia e quanto complesso il futuro di relazioni che l’Europa, in particolare, dovrà tessere con il suo scomodo e brutale vicino.

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