Guerra fredda tra Turchia e Unione Europea?

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Diventa sempre più teso e distante il rapporto fra Unione Europea e Turchia. Lo rivela concretamente la visita ad Ankara dell’Alto Rappresentante UE Josep Borrell lo scorso 6 luglio, una visita che aveva soprattutto come obiettivo quello di tastare il terreno sul quale ricostruire un dialogo.

Sono in effetti non pochi i problemi sul tavolo, e vanno dagli interessi energetici nel Mar Mediterraneo al ruolo della Turchia nella regione, dall’accordo con l’UE sui flussi migratori al rapporto con gli alleati della NATO. Temi non da poco e che, in alcuni casi, si estendono ben al di là delle reciproche relazioni e si inseriscono in un contesto geopoliticamente ben più vasto.

Particolarmente sensibile è il tema dello sfruttamento delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale, zona strategicamente importante, dove il Presidente turco Erdogan intende svolgere, in particolare, un ruolo di primo piano nella geopolitica energetica e nei corridoi energetici verso il vecchio continente. Frizioni e intransigenze ruotano intorno al fatto che Ankara abbia lanciato attività di trivellazione e estrazione del gas in zone considerate dall’Unione Europea come facenti parte della zona economica marittima esclusiva di Cipro, alimentando in tal modo le tensioni  con Atene e Nicosia in particolare.

La sensibile partita del gas nel Mediterraneo orientale richiama in causa altri significativi attori  coinvolti nei teatri di guerra che insanguinano la regione, Russia e Egitto in particolare. La Turchia, presente militarmente in Siria, nel Nord dell’Iraq, ma soprattutto in Libia, sta rimescolando le carte della stabilità nel Nord Africa e in Medio Oriente. Erdogan, sceso in campo in sostegno al Governo di Al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale ma anche suo alleato nella competizione energetica, è riuscito a fermare l’avanzata verso Tripoli del Generale Haftar, sostenuto con discrezione dalla Russia e con evidenti e rinnovate velleità egemoniche regionali dall’Egitto. In questo scenario, la Turchia appare sempre più come un partner problematico per l’Unione Europea (ma anche per la NATO) complicando sempre più il ruolo della già fragile e divisa diplomazia europea per la soluzione di conflitti che ardono alle sue immediate frontiere meridionali.

Resta infine il punto più dolente, più umanamente inaccettabile, quello dei circa 3,6 milioni di rifugiati che vivono nei campi profughi turchi. La tensione fra Turchia e Unione Europea al riguardo è alta e ha il sapore del ricatto, visto che Erdogan ha già usato, nello scorso mese di febbraio, la minaccia di riaprire i flussi e di incoraggiare i migranti a varcare le frontiere per raggiungere l’Europa. In ballo, da una parte  l’accordo UE – Turchia del 2016  e il pagamento dell’ultima parte del finanziamento dell’accordo da parte UE, dall’altra la richiesta turca di rivedere e aggiornare l’accordo di unione doganale e soprattutto la richiesta di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono entrare nell’area Schengen. 

E’ questo nell’insieme il quadro in cui l’Unione Europea tenta di rilanciare il dialogo con Ankara, un dialogo che si prospetta complesso e difficile, al quale si aggiunge la recente emblematica decisione di Erdogan di riconvertire l’ex basilica bizantina di Santa Sofia in moschea. Un gesto politico e religioso che non va certo nella direzione di un dialogo, non solo con l’Europa ma anche a livello globale.  

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