Grecia e Unione Europea: tempo scaduto

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Forse Alexis Tsipras faceva conto sulle “calende greche”, quelle scadenze allontanate nel tempo, che si cerca di non far arrivare mai.

Adesso il tempo è scaduto, per la Grecia e per l’Unione Europea. Se entro i prossimi giorni, tenuto conto dell’esito del referendum indetto, non senza azzardo, per il 5 luglio, non si trova un accordo con l’Eurogruppo e gli altri creditori, il mese di luglio rischia di condurre la Grecia verso il fallimento finanziario e l’uscita dall’euro.

Per l’uscita dall’Unione Europea non ci sono automatismi, la Grecia potrebbe raggiungere i nove Paesi che nell’euro non sono entrati, anche se è diverso non esserci entrati che uscirne. Sarebbe anche la fine dell’irreversibilità dell’euro, una linea rossa che la Banca centrale europea non voleva si superasse sapendo che, una volta oltrepassata, si entra in una regione inesplorata. Altro discorso per il Fondo monetario internazionale, il terzo convitato della Troika che l’Europa meglio avrebbe fatto a non invitare al tavolo del risanamento greco.

Un’uscita dall’euro per la Grecia sarebbe un dramma, per l’UE si aprirebbero scenari sconosciuti, ma potrebbe anche essere un’occasione per saltare fuori dalla palude in cui l’UE si è infilata da tempo, e non solo con la Grecia.

Gli allargamenti UE del primo decennio del secolo sono sulla via della riuscita economica, nonostante la crisi, molto meno su quella della coesione sociale e politica. Le parole attribuite a Matteo Renzi nei confronti dei Paesi dell’Est, nello scontro al Consiglio europeo sul tema migranti, sono rivelatrici: “Se questa è l’Europa che volete, tenetevela”. Tradotto: quella non è la nostra Europa, quella che contribuimmo a creare a inizio degli anni ’50 e a quella vogliamo essere fedeli, insieme con quelli che hanno aderito alla moneta unica e vorranno camminare con noi, nella solidarietà, verso l’unione politica.

Tornano di attualità le parole del nostro Gian Battista Vico: “Parean traversie ed erano opportunità”. Oggi per l’UE sono traversie serie, domani potrebbero diventare opportunità.

Per i politici più avveduti, e che vedono più lontano, l’occasione è buona per un rimbalzo: a chi va bene, come alla Gran Bretagna, l’Europa-mercato resti lì. Se cambieranno idea si rimetteranno in cammino.

Per gli altri, che la Comunità europea hanno fondato, che ancora hanno memoria delle guerre da cui veniamo e che hanno occhi per vedere le guerre in corso ai nostri immediati confini, la sfida è quella di gettare il cuore oltre l’ostacolo e rilanciare un nuovo progetto di Unione, dopo aver raccolto i cocci di accordi infelici come il “fiscal pact” o l’Accordo di Dublino e usarne le macerie per costruire una nuova casa comune. Quella vecchia si è logorata col tempo e non è più capace di rispondere alle sfide del nuovo mondo in cui viviamo.

Già sono sul tavolo prime proposte in questo senso, come quelle dei “Cinque Presidenti” e della coppia franco-tedesca, più tedesca che francese, ma se serve dissotterrare l’asse Parigi-Berlino, si cominci pure di lì. Consapevoli però che si tratta di proposte troppo timide, prese in ostaggio dalle elezioni politiche del 2017 in Francia e in Germania e che difficilmente condurranno a una nuova Europa, ancor meno a un’altra Europa come, non senza ragione, ha sollecitato la Grecia.

Capita purtroppo che i vincoli imposti dalla vita democratica nazionale – ma spesso pesano anche le elezioni locali – rendano impervia la via per l’affermarsi della democrazia europea, provocando rinvii su rinvii e a pagarne le conseguenze è l’Unione Europea, come ha dimostrato anche la gestione disastrosa della crisi greca, finita nella trappola dell’irrisolto problema dei rapporti tra democrazia nazionale e poteri europei.

E se adesso qualcuno, magari la “Regina d’Europa” che sta a Berlino, oltre ad opporre dei ‘no’ e a dare lezioni, si facesse carico di rilanciare l’iniziativa per un’integrazione politica con chi ci sta, tra i Paesi dell’eurozona?

Sarebbe un segnale di solidarietà e democrazia se rimanesse in squadra la Grecia e non sarebbe la fine del mondo se rimanessero in panchina la Gran Bretagna e alcuni Paesi dell’Est. Intanto si ri-parta: la porta resterà aperta per chi maturasse più tardi la decisione di partecipare alla nuova avventura.

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