Grecia alla sinistra dell’Europa

Il risultato delle elezioni politiche, anticipate in Grecia il 25 gennaio, era atteso ovunque in Europa, da Madrid a Berlino, da Bruxelles a Roma.

A Madrid perché anche gli spagnoli, chiamati alle urne a fine anno, vedono crescere il consenso in favore di Podemos, un’altra multiforme sinistra radicale molto simile a Syriza greca, guidata da Alexis Tsipras. A Berlino erano di segno contrario gli umori del governo tedesco, ostile alle rivendicazioni di Syriza, guidata da Alexis Tsipras, sulla rinegoziazione dell’accordo sul debito pubblico sottoscritto dal governo greco con la “troika”, composta da Commissione UE, Banca centrale europea (BCE) e Fondo monetario Internazionale (FMI). Neanche a Bruxelles le Istituzioni UE scoppiavano di allegria: bene che andasse, in caso di vittoria di Syriza, ci sarebbe stato molto da lavorare per trovare un compromesso che non facesse saltare la baracca, tenuto conto che la baracca si chiama euro, se non addirittura Unione Europea.
Più difficile decifrare la posizione di Roma dove, alla vigilia del voto per il Quirinale, la maggioranza di governo è in tutt’altre faccende affaccendata, trascinando nel nervosismo della vigilia anche quello che resta della sinistra radicale. Non si sbaglia di molto a pensare che anche in Italia Syriza godesse di larghe simpatie in ambienti tra loro molto diversi, da quelli euroscettici a quelli progressisti che chiedono un'”altra Europa”, magari anche solo più “flessibile”, come nel caso di Matteo Renzi.
Che Syriza arrivasse prima nessuno aveva molti dubbi, visto il discredito delle forze politiche tradizionali e la fragilità di quelle create all’ultimo momento. Restava da vedere se il primo partito avrebbe raggiunto in Parlamento la maggioranza assoluta o se Syriza, già a sua volta una coalizione di forze di sinistra, fosse stato costretto in una ulteriore coalizione che avrebbe potuto pesare in favore di un compromesso meno lontano dalle posizioni di Berlino e Bruxelles.

Ora che il responso del popolo greco ha dato una larga vittoria a Syriza viene il momento di trovare una quadra perché la Grecia resti nell’UE senza uscire dall’euro, ma anche senza venire meno alla sostanza dei patti “leonini” imposti dalla troika. Non c’è tempo da perdere per un negoziato che si annuncia difficile: una soluzione andrà trovata entro l’estate, quando le casse pubbliche greche rischiano di essere vuote. Al tavolo di Bruxelles Alexis Tsipras dovrà vedersela con interlocutori alleati ma non necessariamente compatti: la severità di Berlino sarà più pesante di quella della BCE e del FMI e toccherà alla Commissione europea il difficile compito di mediatrice, sostenuta in questo sforzo dal Parlamento europeo.
In questo contesto c’è anche chi spera – o sogna – che la traversia greca diventi una grande opportunità per incamminarsi verso un'”altra Europa” con un tasso di solidarietà più alto di quel 20% attivo nel “Quantitatve easing” della BCE, con una maggiore attenzione alle politiche sociali e una riaffermata volontà di avviarsi finalmente verso un’Unione politica, vocazione originaria della prima costruzione comunitaria del dopoguerra. Molti sono gli ingredienti utili in questo nostro “dopoguerra” di crisi, dalla domanda dei cittadini europei al rischio di spinte xenofobe e nazionaliste, dalla necessità di riconquistare un ruolo nel mondo globale ai pericoli che corre la pace sul nostro continente fino alle rivendicazioni di nuove forze politiche in favore dell’Europa, oggi in Grecia, domani in Spagna e, forse, un giorno anche in Italia.

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