Governare l’Europa delle differenze

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È bella questa Europa delle molte differenze, fatta di storie diverse, ricca di culture che convivono affrontandosi tra di loro. Bella e impossibile, come direbbe la canzone: impossibile o quasi da governare, esposta a mille tensioni e spesso litigiosa, anche quando la vorremmo vedere più generosa e coesa.


È lo spettacolo al quale abbiamo assistito in questi giorni, al momento di interpretare il risultato elettorale di fine maggio e tradurlo in una nuova squadra in grado di guidare l’UE nei prossimi cinque anni.

Era l’occasione per un ricambio totale dei massimi vertici delle Istituzioni UE: dal presidente del Parlamento europeo a quello della Commissione, dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza al presidente del Consiglio europeo fino a quello – per un mandato di otto anni – della Banca centrale europea.

Si trattava per il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo di comporre un puzzle complicato: bisognava tener conto delle novità del risultato elettorale e degli equilibri nazionali, distribuire le poltrone più importanti a profili personali di forte competenza ma anche rappresentativi dei principali gruppi politici, in particolare quelli della nuova maggioranza nel Parlamento e introducendo qualche elemento di innovazione rispetto al passato.  

Non stupisce quindi che a giocarsi la partita sia stata ancora una volta la coppia franco-tedesca, con i loro campioni nazionali. Ne è venuta fuori la sorprendente scelta della Germania che, abbandonata la scialba figura del popolare Manfred Weber, ha tirato fuori dal cilindro la grintosa  ministra tedesca della difesa del Partito popolare, Ursula von der Leyen, per la presidenza della Commissione e il colpo messo a segno da Macron con la conservatrice francese Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, alla presidenza della Banca centrale europea ; al liberale belga, Charles Michel, è andata la presidenza del Consiglio europeo, mentre il socialista spagnolo, Josep Borrell,  diventa Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Così alla fine, dopo un negoziato che rischiava di avvitarsi su se stesso, è stata messa in campo una squadra che non è il massimo per innovazione, salvo le due donne ai due vertici più importanti,  ma certo non per appartenenze politiche o nazionali, contrastando la domanda di democrazia parlamentare, sacrificando gli equilibri della potenziale maggioranza in Parlamento, scatenando il malumore dei socialisti per l’esclusione di un forte profilo come quello dell’olandese Frans Timmermans (che l’Italia avrebbe avuto interesse a sostenere) e provocando la dura opposizione dei Verdi: reazioni che adesso si trasferiranno in Parlamento, rendendo difficili alleanze più ampie tra “europeisti” e i restanti percorsi delle nomine, come nel caso della futura Commissione. 

Non ci sarà quindi da stupirsi se adesso il Parlamento diventerà un’arena infuocata: il voto aveva suggerito aperture verso il centro-sinistra, i governi hanno fatto prevalere nelle nomine una maggioranza di centro-destra, disattendendo il voto europeo. La presidenza del Parlamento  affidata a un socialista non basterà a far rientrare le critiche dell’Assemblea di Strasburgo tenuta ai margini del “pacchetto” confezionato dai governi né sarà l’inattesa elezione di un presidente italiano, David Sassoli, a riscattare la sconfitta su tutta la linea del governo italiano, che di questa elezione non ha alcun merito, come ha bene chiarito la reazione irritata di Salvini allo schiaffo di socialisti, popolari e liberali.

Resterebbe da capire se non la strategia, di cui non s’è vista traccia, almeno la tattica negoziale dell’Italia che, dopo essersi ribellata all’iniziale pacchetto franco-tedesco alleandosi con la banda di Visegrad, ha incassato una coppia franco-tedesca per le due poltrone più importanti, non proprio due profili da cui aspettarsi flessibilità sulla vicenda, per ora solo rinviata, dei traballanti conti pubblici italiani.


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