Glasgow: nel mondo inquinatori a turno

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Non sarà facile mettere in salvo un mondo che abbiamo spinto sull’orlo del burrone. Tra le prime considerazioni che vengono in mente in questi giorni di intensi confronti internazionali, prima al G20 di Roma e adesso alla Conferenza Onu sul clima di Glasgow, si fa strada la preoccupazione di non arrivare in tempo a mettere in sicurezza il pianeta dopo decenni di rinvii.

Per lunghi anni si sono prima occultate le dimensioni del problema, nonostante i crescenti allarmi lanciati dalla scienza; adesso arrivati al nodo, quello delle scadenze proposte per rimediare ai disastri provocati, i grandi inquinatori si dividono, rinfacciandosi responsabilità gli uni verso gli altri. Da una parte l’Occidente dello sviluppo industriale da fine Settecento, dall’altra l’Oriente che a quel genere di sviluppo non vuole rinunciare nei prossimi anni.

La mappa della lotta climatica è più complessa di questo duello, ma ne è sicuramente segnata, come segnerà il dibattito di questi giorni a Glasgow e nei tempi che verranno, alla ricerca di un futuro per il pianeta che fa tornare alla mente le parole di Antoine de Saint Exupéry: “ Il problema non è tanto di sapere quale sarà il nostro futuro, ma se ci sarà”.

Per meglio comprendere questa mappa dei grandi inquinatori del pianeta bastano pochi dati sulle rispettive produzioni di inquinamento sul totale globale. Su questo podio, di cui non essere fieri, salgono nell’ordine, Cina (27%), Stati Uniti (11%), India (6,6%), Unione Europea (6,4%) e Indonesia (3,4%), responsabili da soli di quasi il 60% dell’inquinamento planetario. Stando a questa classifica si farebbe in fretta a definire i maggiori impegni nella riduzione delle emissioni CO2 e l’urgenza delle rispettive scadenze rispetto a quella fissata a Parigi nel 2015 per contenere il riscaldamento climatico sulla soglia dell’1,5% rispetto ai livelli pre-industriali di due secoli fa, la lunga stagione nella quale i Paesi occidentali hanno inquinato allegramente il pianeta.

Ed è proprio di qui che sorge il problema, quello delle responsabilità passate che i Paesi ad Oriente,  alle prese con lo sviluppo futuro rimproverano agli inquinatori d’Occidente, responsabili di una classifica rovesciata rispetto a quella di oggi. Sarà bene averla in mente per comprendere i diversi orientamenti politici in materia ambientale che separano oggi i grandi inquinatori tra di loro. Negli ultimi due secoli quattro Paesi – Stati Uniti, responsabili dei 25% dell’inquinamento, l’Unione Europea del 22% la Russia del 6% e il Canada del 2% – hanno insieme cumulato oltre metà delle emissioni di CO2 prodotte e questo a fronte di un ridotto inquinamento addebitabile per lo stesso periodo alla Cina (12,7%) e all’India (3%).

Non stupisce quindi che questi due Paesi – l’India ancor più della Cina – non vogliano adesso, nella lotta al surriscaldamento climatico, pagare lo stesso prezzo e rispettare le stesse scadenze – in particolare quella del 2050 per l’azzeramento delle emissioni di CO2 – di chi ha ben più grandi responsabilità di loro del disastro attuale. Questo tanto più se si tiene conto del diverso impatto sociale che una accelerata transizione climatica provocherebbe in due Paesi che da soli viaggiano verso una popolazione di circa tre miliardi di persone cui assicurare una vita dignitosa, con accettabili livelli di benessere, anche per garantire coesione sociale e stabilità politica.

Come da noi, così nei Paesi asiatici ed africani la transizione climatica si intreccia con la difficoltà per le fasce sociali più deboli di sopportarne i costi: la sola soluzione possibile sarà quella di redistribuirli tra Paesi, tenendo conto delle diverse responsabilità maturate negli anni, e tra le fasce sociali, proteggendo quelle maggiormente colpite dalla transizione.

Un compito tutt’altro che facile cui sono confrontati gli attori politici attorno al tavolo a Glasgow e dalle cui decisioni dipenderà il futuro del nostro pianeta.

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