Giochi pericolosi

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Questa crisi che non finisce di finire continua a registrare tensioni all’interno dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri, senza escludere giochi pericolosi in entrambi i casi.

Per l’Italia sono andate sopra le righe le parole di Mario Monti dall’Asia sui suoi rapporti con i partiti che lo sostengono e sull’Italia, Paese non pronto a condividere le sue proposte per il risanamento. In particolare, agli italiani non è piaciuto il diktat sull’articolo 18 e bene hanno fatto a sostenere i sindacati e le forze politiche che hanno contribuito a far giungere in Parlamento  una formulazione del nuovo articolo al riparo da abusi in materia di licenziamenti. Sull’argomento è intervenuta con cautela anche la Commissione europea, apprezzando nel suo complesso la riforma in corso del mercato del lavoro, ma lasciando anche intravvedere l’opportunità di modifiche.

Intanto una forte pressione si esercita anche in altri Paesi: come Portogallo e Irlanda con conti pubblici bollenti, la Spagna con una manovra pesante che ha scatenato importanti proteste sindacali. Quasi ovunque il costo del risanamento si sta traducendo in dinamiche recessive, con cadute della produzione, dell’occupazione e del reddito.

Quasi ovunque, perché ancora una volta la Germania si segnala in controtendenza: grazie alla crescita del Prodotto interno lordo del 3% l’anno scorso e l’incremento dell’occupazione, ha stupito tutti accordando forti aumenti agli statali (+ 6,3%) e questo alla vigilia di importanti rinnovi contrattuali con rivendicazioni di analoga entità e senza bisogno di eliminare la norma equivalente al nostro tanto deprecato articolo 18, accusato di impedire la creazione di lavoro e allontanare gli investimenti.

Fortunata Germania, verrebbe da dire e fortunato il suo popolo. Che però continua a premere sui propri governanti perché non dimostrino analoga generosità con gli europei, soprattutto quelli della periferia europea, carichi di debiti e non si sa quanto solvibili. E così, nell’ultima riunione dei ministri delle Finanze, la soglia di sicurezza del Fondo salva-Stati stimata dai più a 1000 miliardi di euro non è ancora stata raggiunta: a parte qualche trucco contabile, la disponibilità è rimasta ferma a 500 miliardi, ai quali vanno aggiunti 300 miliardi già impegnati per Grecia, Portogallo e Irlanda. I 200 miliardi mancanti potrebbero essere in parte forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), ma solo a condizione che gli europei – e in particolare la Germania – aumentino il proprio contributo. Qui però, il “nein” della Germania è tornato a farsi sentire e a poco sono valse prima le pressioni di Monti e poi quelle di Sarkozy, alfieri dei Paesi del sud, tra i quali anche il loro, e la Spagna, per la quale quello che resta del Fondo salva-Stati non basterà a spegnere l’incendio che potrebbe svilupparsi se il piano di austerità del nuovo governo non dovesse produrre gli effetti sperati.

La lezione della Grecia non sembra essere del tutto servita alla Germania. Soltanto che la Spagna non è la Grecia e una sua eventuale bancarotta affonderebbe l’Europa tutta intera, Germania compresa. Per non dire dell’Italia, dove lo spread ha ripreso a crescere insieme alla tensione sociale tra strati sempre più larghi della popolazione che vede aumentare le bollette, il carburante e le tasse, ridursi le buste paghe, le pensioni e le prospettive di lavoro e allargarsi la distanza tra ricchi e i poveri, stando a quanto dichiara la Banca centrale: i primi dieci ricchi d’Italia dispongono di risorse pari a quelle dei tre milioni di italiani meno abbienti.

Adesso che la riforma del mercato del lavoro sembra avviata a soluzione diventa urgente mettere mano a politiche di crescita e a più convincenti misure di equità.

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