Europa, migranti da esportazione

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L’accordo intervenuto tra il governo italiano e quello albanese di dirottare in Albania una quota di migranti non è una grande novità in Europa, salvo forse per le misure complesse previste dal governo italiano, in attesa di conoscerne l’esito concreto.

Il tema della esternalizzazione dei flussi migranti con l’obiettivo di impedirgli di entrare in un Paese europeo è in cantiere dal 2016 su pressione della cancelliera tedesca Merkel che, a spese dell’Unione Europea, ha chiesto alla Turchia di trattenere i migranti in casa sua; fuori dall’UE è noto il disegno, giudicato illegale dalla Corte inglese, del governo conservatore britannico di deportare i migranti in Ruanda e recente il tentativo italiano di arginare i flussi di migranti in provenienza dall’Africa bloccandoli in Tunisia, con i risultati che conosciamo.

Adesso l’Italia ci riprova con la vicina Albania e con un Premier conosciuto per i suoi facili elogi a tutto quanto ha sapore italiano, governi qualunque colore compresi. Sarebbero talmente piccoli i numeri di migranti in questione e piccolo il Paese ospitante che la vicenda potrebbe essere derubricata a cronaca locale, se non fosse per i costi che comporta, per i retro-pensieri sulla campagna elettorale e sulla ripresa dei negoziati per l’adesione dell’Albania all’UE e, soprattutto, per la disinvoltura mostrata nei confronti del diritto internazionale ed europeo, un tema troppo esposto di questi tempi per non prestarvi l’attenzione che merita, come segnala l’allarme appena lanciato dal Consiglio d’Europa su un accordo “preoccupante per i diritti umani…caratterizzato da numerose ambiguità giuridiche.

Il dispositivo immaginato dal governo italiano solleva più di un dubbio su questa “esportazione migranti”: dal trasferimento della presunta sovranità italiana in un altro Paese, anch’esso preteso sovrano, al “costo unitario” per migrante trasferito, tenuto conto di infrastrutture e personale necessari per i tempi lunghi delle procedure di riconoscimento dei richiedenti asilo fino alla fattura finale dei costi per difficili rimpatri.

Tutto questo con l’obiettivo, da una parte, di presentarsi alle elezioni europee con la bandiera della protezione delle nostre frontiere colabrodo e, dall’altra, di far credere che in cambio l’Italia potrà favorire l’Albania nel negoziato per il suo ingresso nell’UE. 

Ma è sul versante del rispetto dello Stato di diritto che la questione merita particolare attenzione, come richiesto dalla nostra Costituzione, dal diritto internazionale e da quello europeo che concordano sulla responsabilità dello Stato di prima accoglienza nell’avviare le procedure per i richiedenti asilo, Stato che per l’UE non può essere che l’Italia e certamente non un Paese che dell’Unione Europea non fa parte e che dalla Commissione europea è appena stato richiamato a riforme in settori fondamentali dello Stato di diritto, quali la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata.

Presentato dall’UE con queste credenziali, il governo albanese avrà qualche difficoltà ad aiutare l’Italia a rispettare l’art. 10 della nostra Costituzione per la quale “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Un dettato costituzionale che dovrebbe indurre il governo italiano a presentarsi in Parlamento a spiegarsi e a prendere in considerazione la necessità di regolare, come richiesto dall’art. 80 della Costituzione, una questione che non è soltanto amministrativa, viste le sue tante implicazioni politiche e giuridiche.

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