Europa a piccoli passi verso un futuro incerto

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Ci siamo abituati da tempo a non aspettarci grandi passi in avanti dal Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo che si riunisce periodicamente per cercare una risposta condivisa ai problemi più gravi del momento. Così anche stavolta, dopo il Vertice dei giorni scorsi a Bruxelles, non siamo delusi dei risultati non essendoci troppo illusi sugli esiti sottoscritti nelle Conclusioni del Consiglio, un documento ancora una volta prolisso e redatto in politichese stretto, quasi 10 pagine e 44 paragrafi utili ad allungare il brodo, senza grande sostanza se non quella che già conosciamo, cioè quella dei continui rinvii.

Il documento è strutturato in 9 capitoli con i primi due con più parole sull’Ucraina e il Medio oriente, tanto sobri quanto generici quelli sulle migrazioni e sulla necessità di coordinamento nella crisi che ci minaccia da vicino e infine una vaga dichiarazione sulle prospettive economiche UE.

Nonostante questo “vuoto pneumatico”, se considerata la drammaticità della situazione presente, le conclusioni del Vertice meritano comunque qualche considerazione, se non altro per fotografare lo stato di salute dell’UE alla vigilia delle elezioni europee di giugno.

Quello che continua ad apparire chiaramente sono le tensioni tra le tenaci sovranità nazionali incapaci di convergere, almeno su alcune urgenze, verso una parziale sovranità condivisa, come nel caso dell’avvio di una politica di sicurezza comune, nel documento evocata come un fantasma che non ha l’aria di prendere corpo in tempo utile, non prima delle elezioni americane e, si spera, non dopo altre aggressioni della Russia.

Su questo versante le conclusioni del Consiglio continuano a percorrere la strada del rafforzamento delle sanzioni, peraltro difficili da fare rispettare anche all’interno dell’UE, e di nuove misure come i dazi sui cereali russi, mentre resta vago e prudente l’annuncio di “destinare all’Ucraina i profitti derivati dai capitali russi immobilizzati”. È comprensibile l’esitazione dell’UE a procedere da sola su questo fronte esplosivo senza avere prima una qualche forma di accordo con gli altri Paesi del G7. Non è una novità che intanto la solidarietà all’Ucraina si traduce con la decisione di nuove risorse per l’assistenza militare, in attesa che qualcosa si muova anche dall’altra parte dell’Atlantico. Di spiragli verso iniziative che rendano possibile dialogo e trattative non c’è traccia.

Basterebbe questo per dare un’idea dell’inadeguatezza della risposta europea alla guerra, mentre qualche piccolo passo avanti è stato fatto, dopo lo stallo del Consiglio europeo di dicembre, sul conflitto israelo-palestinese. Qui i 27 sono almeno riusciti, dopo i molti sbandamenti iniziali non ancora del tutto recuperati e dopo quattro mesi dall’esplosione del conflitto, a scrivere che “Il Consiglio europeo fa appello a una tregua umanitaria immediata che approdi a un cessate-il-fuoco duraturo, alla liberazione senza condizione di tutti gli ostaggi e alla fornitura di un aiuto umanitario”. Resta ancora molto da fare, ma meglio tardi che mai.

Le conclusioni del Vertice proseguono con la necessità di procedere nelle riforme per consentire gli sviluppi delle politiche di allargamento e con l’apertura di negoziati di adesione con la Bosnia-Erzegovina, un messaggio anche per le altre future adesioni nei Balcani e, con il tempo necessario e non sarà poco, con l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia.

Sul vuoto paragrafo destinato ai flussi migratori bisognerebbe stendere un pietoso velo, non dice nulla di nuovo, come qualcuno in Italia crede di aver letto, e sull’esternalizzazione del contrasto dei migranti alle frontiere dell’Unione, il documento non va oltre l’auspicio di “un’alleanza mondiale per rispondere a questa sfida mondiale”. “Vasto programma”, avrebbe detto con amara ironia il Presidente De Gaulle.

Infine, relegato non a caso in fondo alle Conclusioni, il richiamo alla “necessità imperativa di una preparazione militare e civile rafforzata e coordinata e di una gestione strategica delle crisi nel contesto dell’evoluzione del panorama della minaccia”. E la traccia rimasta, e parzialmente occultata sotto il tappeto, dell’allarme lanciato nei giorni precedenti sui rischi di un allargamento della guerra in Europa. Improbabile che, letto bene, questo paragrafo suoni rassicurante per i cittadini europei.

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