Emergenza lavoro all’uscita dalla crisi

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Si era sperato che all’indomani della crisi sanitaria e grazie alla potente iniezione finanziaria del Recovery Fund la ripresa sarebbe partita e l’occupazione avrebbe ripreso. Per ora bisogna registrare che la ripresa si profila anche più forte del previsto, con una previsione di crescita superiore al 4%, ma la disoccupazione non scende sotto la soglia del 10% e questo mentre il mercato del lavoro offre grandi quantità di posti che non vengono occupati. Un quadro che spinge ad interrogarci su quanto sta avvenendo in Italia, raffrontandolo con altri Paesi dell’Unione Europea.

Attira l’attenzione l’indice della produzione industriale che ad aprile 2021 ha superato in Italia i livelli pre-crisi, cosa ancora non riuscita né alla Germania, né agli Stati Uniti. Una buona notizia che dovrebbe rasserenare la nostra imprenditoria, confortata anche dalla ripresa dell’export, ma contraria al blocco dei licenziamenti.

Attira ancora di più l’attenzione alla mancata risposta di chi non ha occupazione alle offerte di lavoro, attribuita da molti alla confortevole abitudine del reddito di cittadinanza e alle quote non indifferenti di lavoro in nero. Una “sorpresa” che ha suscitato non poche polemiche, con relativo seguito di accuse a chi non avrebbe voglia di lavorare, ma con il risultato utile di far emergere il tema dei livelli salariali, insieme con quello del precariato e quello della sicurezza sui luoghi di lavoro. Una matassa difficile da sbrogliare, anche se alcuni dati potrebbero aiutare a fare un po’ di chiarezza e aiutare a riprendere un tema da più parti rinviato, come quello del salario minimo.

Nell’Unione Europea il salario minimo non è fissato per legge in tutti i Paesi, nella lista ne mancano sei, tra cui l’Italia. Colpisce l’estrema divergenza dei livelli tra nord ovest e sud est nell’UE: si va dalla fascia superiore ai 1500€, con 2202€  Lussemburgo  1724 in Irlanda, 1685 Olanda, 1626 Belgio, 1614 Germania e 1555 in Francia. All’altra estremità troviamo a est la Bulgaria con 332€, Ungheria 442, Romania 458 e altri e, a sud, Grecia 758, Portogallo 776 e Spagna 1108.

Numeri che fanno dire a molti che di Europa bisogna sempre parlare al plurale perché esistono Europe anche molto diverse tra di loro e non sarà facile farle convergere, come punta a fare una proposta di direttiva sul salario minimo attesa a breve dalla Commissione europea. 

Non sarà facile, anche perché divergono anche livelli salariali effettivi medi in Europa, anche all’interno di un’area maggiormente comparabile: si va da un lordo annuale di 52.104 € in Germania, ai 38.188 in Francia, ai 30.233 in Italia fino ai 26.934 € in Spagna. Per non semplificare, bisognerà ancora tenere presente i diversi livelli di imposizione fiscale per poter confrontare i salari netti.

Fin qui ci si muove in una quadro di livelli salariali definiti dalla legge o dai contratti; fuori da questo quadro la giungla si fa più densa, con compensi orari che possono anche essere di 2 € e condizioni di lavoro esposte a gravi lacune di insicurezza per non parlare di instabilità del posto e assenza di contributi sociali. Nodi da affrontare con urgenza se si vogliono evitare tensioni sociali, anche drammatiche, come quelle conosciute in questi giorni in Piemonte.

In questo contesto è normale che si ripongano molte speranze in una ripresa tanto del mercato del lavoro, grazie al Recovery Fund, che in un rafforzamento dei controlli delle condizioni di lavoro, in particolare delle misure di sicurezza. Per l’Italia molto dipenderà dall’effettiva esecuzione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), di cui si attende l’approvazione da parte dell’UE nei prossimi giorni. 

Nel PNRR è previsto un capitolo destinato a mettere in cantiere la “Missione 5”, quella relativa alla “Inclusione e coesione” con, al primo posto, le politiche per il lavoro. Avremmo preferito vedere questa “missione” prima nella classifica: speriamo sia una preoccupazione trasversale per le priorità che nel Piano precedono quella del lavoro. 

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