Elezioni in Turchia: Erdogan vince la sua scommessa

Con un filo di apprensione, il Presidente turco Erdogan ha atteso i risultati del voto legislativo e presidenziale svoltosi il 24 giugno scorso con un anticipo di ben diciotto mesi sul calendario normale previsto.

Erdogan aveva infatti bisogno di ridurre al massimo i tempi della sua consacrazione, di assumere il più presto possibile tutti quei poteri che la Costituzione, modificata in senso presidenziale, gli conferirà a partire da ora e gli permetterà di rimanere al potere, se rieletto, fino al 2028. Non è una prospetitva da poco, se si pensa che la carriera politica del Presidente turco, già tre volte premier, è iniziata nel 2003.

Erdogan aveva molte ragioni per anticipare il voto e scommettere su una sua vittoria al primo turno. In primo luogo era necessario evitare che si creassero condizioni favorevoli ad un’opposizione che cominciava a farsi sentire e ad unirsi, mettendo a rischio voti e consensi verso il suo partito, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Svluppo). In secondo luogo era necessario giocare d’anticipo nei confronti di un’ economia ferma , se non in declino, e una disoccupazione che sfiora il 17%. Una situazione economica e sociale pericolosa che avrebbe potuto sviare voti verso i pochi altri partiti e candidati presidenziali concorrenti.

In queste condizioni e in un Paese in cui è ancora in vigore lo stato di emergenza instaurato dopo il fallito golpe del luglio 2016 e dove continua una massiccia repressione, il Presidente in carica e il suo partito hanno comodamente vinto le elezioni. Erdogan è stato eletto al primo turno con il 53% dei voti, mentre l’AKP, in coalizione con il partito ultra nazionalista dell’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) si è aggiudicata, con il 53,61% dei voti, la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (343 seggi su 600). Un dato da interpretare è l’affluenza al voto, che ha sfiorato l’87% di partecipazione.

Si apre cosi’ per Erdogan una strada maestra per concentrare nelle sue mani quel potere quasi assoluto previsto nella nuova Costituzione e che il nuovo Parlamento non mancherà di confermare. Una strada che gira le spalle ad un percorso democratico, ad un futuro di rispetto delle libertà e dei diritti universali e che corre invece verso una dittatura. Il Presidente infatti potrebbe acquisire tutti i poteri esecutivi e disporre di un Gabinetto di Ministri non obbligato a rispondere al Parlamento ; potrebbe avere il potere di nominare i membri del Consiglio Superiore della Magistratura e i pubblici ministeri. Il ruolo di controllo del Parlamento, sempre secondo la nuova Costituzione, potrebbe essere considerevolmente ridotto e limitarsi a chiedere informazioni sull’operato del Governo e del Presidente. Un percorso pressoché tutto in discesa e garantito vista la maggioranza assoluta conquistata in Parlamento.

Queste elezioni aprono nuovi scenari anche in politica internazionale. A parte un definitivo allontanamento dall’Unione Europea e dall’ipotetica prospettiva di un’adesione, il Presidente Erdogan si sentirà legittimato e libero di continuare la sua politica e la sua lotta contro i curdi, non solo all’interno delle frontiere turche ma anche nel Nord della Siria. Il fatto che il partito filo curdo HDP (Partito democratico dei popoli) abbia superato la soglia di sbarramento del 10% e abbia una presenza in Parlamento, non rappresenta né una minaccia né una preoccupazione per il Presidente.

E’ anche un voto che lo spingerà a rafforzare il ruolo della Turchia nell’intricato groviglio dello scacchiere mediorientale, a fianco di una Russia alquanto compiaciuta per la sua vittoria e un Iran in crescenti difficoltà con gli Stati Uniti.

Questa vittoria di Erdogan, calcolata sul filo del tempo, non nasconde tuttavia la profonda frattura che si è venuta a creare nel Paese, dove si affrontano da una parte nazionalisti e sostenitori di un potere forte e dittatoriale e dall’altra, ancor fragili voci per una Turchia democratica e rispettosa delle libertà.

Per l’Europa, che da quindici anni a questa parte non ha saputo cogliere le opportunità di dialogo che si sono presentate, la Turchia rimane ormai solo un Paese di frontiera per fermare i rifugiati e i migranti, una frontiera pagata cara, e non solo in termini finanziari.

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